Presentazione



In movimento per ecologie, vivere insieme, economia sostenibile, bioregionalismo, esperienza del se' (personal development).

lunedì 23 aprile 2018

Portare l'Italia fuori dal sistema di guerra. Attuare l'articolo 11 della Costituzione

Risultati immagini per uscire dalla nato
L’Italia, facendo parte della Nato, deve destinare alla spesa militare in media 52 milioni di euro al giorno secondo i dati ufficiali della stessa Nato, cifra in realtà superiore che l’Istituto Internazionale di Stoccolma per la Ricerca sulla Pace quantifica in 72 milioni di euro al giorno. Secondo gli impegni assunti dal governo nel quadro dell’Alleanza, la spesa militare italiana dovrà essere portata a oltre 100 milioni di euro al giorno. 
È un colossale esborso di denaro pubblico, sottratto alle spese sociali, per un’alleanza la cui strategia non è difensiva, come essa proclama, ma offensiva. 
Già il 7 novembre del 1991, subito dopo la prima guerra del Golfo (cui la NATO aveva partecipato non ufficialmente, ma con sue forze e strutture) il Consiglio Atlantico approvò il Nuovo Concetto Strategico, ribadito ed ufficializzato nel vertice dell’aprile 1999 a Washington, che impegna i paesi membri a condurre operazioni militari in “risposta alle crisi non previste dall’articolo 5, al di fuori del territorio dell’Alleanza”,  per ragioni di sicurezza globale, economica, energetica, e migratoria. Da alleanza  che impegna i paesi membri ad assistere anche con la forza armata il paese membro che sia attaccato nell’area nord-atlantica, la Nato viene trasformata in alleanza che prevede l’aggressione militare. 
La nuova strategia è stata messa in atto con le guerre in Jugoslavia (1994-1995 e 1999), in Afghanistan (2001-2015), in Libia (2011) e le azioni di destabilizzazione in Ucraina, in alleanza con forze fasciste locali, ed in Siria. Il Nuovo concetto strategico viola i principi della Carta delle Nazioni unite.
Uscendo dalla Nato, l’Italia si sgancerebbe da questa strategia di guerra permanente, che viola  la nostra Costituzione,  in particolare    l’articolo 11, e danneggia i nostri reali interessi nazionali. 
L’appartenenza alla Nato priva la Repubblica italiana della capacità di effettuare scelte autonome di politica estera e militare, decise democraticamente dal Parlamento sulla base dei principi costituzionali. 
La più alta carica militare della Nato, quella di Comandante supremo alleato in Europa, spetta sempre a un generale statunitense nominato dal presidente degli Stati uniti. E anche gli altri comandi chiave della Nato sono affidati ad alti ufficiali statunitensi. La Nato è perciò, di fatto, sotto il comando degli Stati uniti che la usano per i loro fini militari, politici ed economici. 
L’appartenenza alla Nato rafforza quindi la sudditanza dell’Italia agli Stati Uniti, esemplificata dalla rete di basi militari Usa/Nato sul nostro territorio che ha trasformato il nostro paese in una sorta di portaerei statunitense nel Mediterraneo. 
Particolarmente grave è il fatto che, in alcune di queste basi, vi sono bombe nucleari statunitensi e che anche piloti italiani vengono addestrati al loro uso. L’Italia viola in tal modo il Trattato di non-proliferazione nucleare, che ha sottoscritto e ratificato.
L’Italia, uscendo dalla Nato e diventando neutrale, riacquisterebbe una parte sostanziale della propria sovranità: sarebbe così in grado di svolgere la funzione di ponte di pace sia verso Sud che verso Est.
         Sostieni la campagna per l'uscita dell'Italia dalla Nato
                                  per un’Italia neutrale.
  LA PACE HA BISOGNO ANCHE DI TERisultati immagini per uscire dalla nato
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Per promuovere la petizione per l’uscita dell’Italia dalla NATO saremo davanti al Monumento ai Caduti di Treia, il 25 aprile 2018, alle ore 18. Info: 0733/216293

Mondeggi. INCONTRO NAZIONALE DI GENUINO CLANDESTINO 27-29 APRILE 2018

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INCONTRO NAZIONALE DI GENUINO CLANDESTINO - MONDEGGI, 27-29 APRILE 2018

Contadine e contadini per un movimento ecologista

Con queste poche righe proponiamo un nuovo tavolo dentro al nazionale di 
GC. Un tavolo germinale, sperimentale, il cui obiettivo principale 
consista nel discutere un'ipotesi di lavoro politico che abbia al centro 
il tema dell'ecologia. Nel corso degli ultimi anni la consapevolezza 
della crisi ecologica va crescendo su scala globale. Mentre tale 
consapevolezza attraversa tanto il mondo accademico quanto le sfere 
dell'arte e qualche volta del giornalismo, i contorni di un movimento 
ecologista fanno, almeno alle nostre latitudini, fatica ad emergere. Al 
contempo se guardiamo agli ultimi dieci anni in Italia possiamo vedere 
come i movimenti sui beni comuni e le esperienze di usi civici e 
collettivi, contro inceneritori e grandi opere, per la difesa del suolo 
e contro le nocività non abbiano mai smesso di proliferare. La mappa dei 
conflitti ambientali e delle esperienze di autogestione dei beni comuni 
che attraversano questo paese è ricca di territori in lotta. E se a 
questa mappa dei conflitti visibili sovrapponiamo altre mappe, magari 
composte da pratiche affermative quotidiane, il quadro potrebbe farsi 
ancora più ricco. Dall'emergere di reti di economia alternativa al 
movimento della decrescita e della permacultura, da Genuino Clandestino 
sino a forme di 'citizen science' (ad esempio cittadini che monitorano 
la qualità dell'aria in contesti urbani), e l'elenco potrebbe continuare 
a lungo, molte sono le pratiche e le buone ragioni che stanno emergendo 
dentro una scala prevalentemente locale.
Quale potrebbe essere il contributo contadino e clandestino alla 
costruzione di un movimento ecologista? Parliamo a partire da una 
parzialità, quella di GC, che in questi anni è stata capace di fare 
un'altra agricoltura, di praticare forme di autodeterminazione 
alimentare, di inventare forme di autocontrollo sanitario – la garanzia 
partecipata – e di sperimentare grazie ai mercati nuove relazioni tra 
produttori e coproduttori, tra città e campagna. Non è poco. La sfida di 
fare movimento, di organizzare protagonismo sociale di una minoranza che 
però si pensa ed agisce come una minoranza attiva, capace di incidere, 
di organizzare territori di resistenza e di aprire percorsi di lotta ci 
spinge a fare un passo in avanti. Si tratta a nostro parere di provare a 
capire, territorio per territorio, se ci sono le possibilità di 
articolare momenti di incontro, conoscenza reciproca e convergenza tra 
realtà diverse e plurali. A partire dagli strumenti di cui già 
disponiamo – i nostri mercati quali luoghi di produzione di cultura e 
informazione, il nostro sito come luogo di circolazione di idee e 
prospettive, le nostre assemblee quali luoghi di discussione politica – 
o se necessario inventando altri strumenti di intervento politico, ci 
sembra importante avviare spazi di confronto tra molti e diverse, 
campagne e mobilitazioni attorno ai temi ecologici. Quando parliamo di 
tematiche ecologiche lo facciamo a partire dalla consapevolezza che, nel 
mezzo delle trasformazioni del capitalismo contemporaneo, non sia 
possibile pensare ecologia ambientale ed ecologia sociale come due 
ambiti separati. Per dirla con Felix Guattari, parliamo di ecologia 
ambientale, di ecologia sociale e di ecologia della soggettività come 
terreni che continuamente si compongono l'uno sull'altro.
Quando pensiamo a quello che non c'è, ad un movimento ecologista, lo 
immaginiamo certamente a partire dalle pratiche dell'autorganizzazione e 
della democrazia di base. E lo immaginiamo anche a partire 
dall'esperienza transfemministaqueer di Non Una Di Meno, un movimento 
capace di fare tesoro delle tante parzialità che lo animano, e al 
contempo capace di costruire linguaggi e obiettivi comuni quanto 
giornate di mobilitazione. E' un esempio che ci è caro, che in qualche 
modo ci illumina la strada, lenta e non priva di complessità, di 
costruzione di un nuovo protagonismo largo, inclusivo, aperto e capace 
di pensare la confluenza, la combinazione e l'alleanza come elementi 
vitali e decisivi in questa fase politica.

Crediamo che questo tavolo possa essere una buona occasione per 
confrontarci a partire da ciò che nei territori avviene, e anche 
un'occasione per dare potere alla nostra immaginazione politica. In 
questo senso, prima di tutto, speriamo che questo possa essere un tavolo 
germinale. Inoltre, a partire da un confronto collettivo su queste 
proposte, riteniamo utile provare a lavorare nei prossimi mesi alla 
stesura di un testo, di un manifesto ecologista, a partire dal quale 
organizzare momenti di confronto e prospettiva con tanti e diversi.
Referente: Andrea


         FORMAZIONE

In continuità con i tavoli Formazione di Bologna (aprile 2017) e 
Fabriano (ottobre 2017), a Mondeggi quaglieremo il lavoro svolto dalle 
reti territoriali in questi 6 mesi e si dibatterà su come sviluppare 
tali informazioni, partendo da alcune esperienze pilota (la scuola 
contadina) e da alcuni presupposti emersi nei precedenti nazionali.
Secondo quanto già definito, GC ambisce a un’uniformità di pratiche e 
vuole costruire temi comuni di formazione, in tutte le sue sfumature, 
ovvero formazione interna (autoformazione), esterna (divulgazione e 
formazione sulle coscienze), politica (applicabile a livello 
interregionale), tecnica (più legata ai territori)… Essendo però 
importante riconoscere e rispettare le differenze/esigenze territoriali, 
c’è bisogno che ogni rete coltivi gli input formativi ad essa più 
congeniali (gruppi esterni, altre reti, facilitatori,  mondo accademico, 
esperienza, ecc) e che attraverso un’autoanalisi delle proprie necessità 
e delle proprie vocazioni si arrivi passo dopo passo alla generazione e 
condivisione di tali basi e pratiche comuni, che non siano state calate 
dall’alto ma definite dal particolare al generale (es. macrotemi 
formativi sui quali definire campagne semestrali/annuali a livello 
nazionale/transnazionale, vademecum e pubblicazioni tecniche e tematiche 
sui risultati della condivisione delle esperienze interregionali, 
raccolte delle memorie storiche delle reti, ecc).
Per far ciò è stato reputato essenziale conoscere gli apporti formativi 
che può dare ogni rete e gli ambiti in cui, al contrario, ogni rete è 
carente (ed è qui dove il tavolo Formazione dovrebbe incontrare il Mutuo 
Aiuto), e come principale metodologia per sviluppare ciò è stato avviato 
un “censimento formativo”, compilato da ogni rete, che a partire da 4 
domande evidenzia competenze e lacune territoriali.
Fine ultimo di questo processo: conoscere le altre reti e sviluppare la 
capacità di autovalorizzazione, autoaffermazione e autocritica 
costruttiva, come primo passo verso la creazione di legami mutualistici 
e verso la definizione di ambiti formativi che possano essere sviluppati 
a livello più ampio.
Approfondimento: La scuola contadina proposta da Mondeggi, che ha 
avvicinato molti di coloro che erano timidamente sulla soglia di una 
“riconversione ecologica”, è uno dei tanti esempi di formazione 
autogestita e accessibile che è nata dalla consapevolezza di avere delle 
competenze tecniche e tematiche ben delineate e di volerle condividere 
sia verso l’interno che verso l’esterno. Ci soffermeremo sul senso, 
utilità e ruolo di questa scuola e sui come sarebbe possibile 
replicarla.


Referente: Niccolò


         LIBERE TRASFORMAZIONI

In autogestione

         MUTUO AIUTO

Alla luce di quanto emerso dopo l'incontro nazionale di Fabriano, il 
tavolo di Mutuo Soccorso si trova ad un bivio, se preso in analisi alla 
stregua dell'intero movimento di Genuino Clandestino. Laddove a livello 
locale, all'interno delle singole reti territoriali di relazione e di 
lavoro, esistono e vengono ogni giorno consolidate pratiche ed 
interventi solidali, se volessimo parimenti prendere in esame una scala 
macro-territoriale, l'ingranaggio non ruota. Non è secondo noi un 
demerito di qualche individualità che viene meno ad impegni o 
responsabilità assunte, quanto piuttosto un costante ricadere in 
dinamiche già prese in considerazione sia nel famigerato domandone, sia 
nei precedenti incontri preliminari a quello nazionale: quanto sia utile 
e quanto sia necessario un movimento nazionale. E di nuovo: quanto noi 
siamo soddisfatti di ciò che si ha ottenuto? Quante famose energie si 
possono nuovamente investire in attività che non hanno immediato esito, 
che non riguardano direttamente i nostri territori? Perchè, alla luce 
del percorso fin qui svolto, o ci si trova davanti all'emergenza (in cui 
sì, si mobilitano individui e reti), o quotidianamente si lavora su 
altri piani.
Oggi la proposta di questo tavolo si sviluppa quindi in una dimensione 
più teorica: quali strumenti possiamo sviluppare per sottolineare la 
componente mutualistica di Genuino Clandestino? Di quali mezzi è 
necessario dotarsi fra territori per riuscire a collaborare? È possibile 
lavorare in sinergia con altri gruppi (Comunicazione, ad esempio) per 
elaborare racconti e attraverso l'informazione costante dare un segnale 
forte di ciò a cui vorremmo mirare? O, al contrario, si ritiene 
soddisfacente far entrare in uno stato di "letargo" questo gruppo di 
lavoro, questo tavolo tematico, fino ad una contingenza realmente 
significativa?


Referente: Francesco



         NUOVI SCHIAVISMI


Il tavolo è aperto alle reti/singoli che hanno attivato progetti con i 
migranti : economici-culturali-politici-artistici.
Vorremmo condividere le conoscenze e le esperienze, dibattendo sulle 
forme di alleanza con le comunità migranti e sulla Ri-definizione di 
cittadinanza, cogliendo i  processi migratori come elementi di 
riflessione ed azioni, come opportunità di cambiamento in ambito rurale 
ed urbano. Ci poniamo la domanda : in che modo le pratiche e i progetti 
di mutuo soccorso possono essere strumento di lotta contro il razzismo e 
lo sfruttamento?
Lanciamo una proposta: progettiamo economie solidali, filiere etiche, 
attraverso l'accoglienza e l'inserimento lavorativo dei migranti.


Referente: Tonino


         PREPARAZIONE PER SINGOLI E NUOVE RETI

(INCLUDE GARANZIA PARTECIPATA, nel caso ci fosse l’esigenza possiamo 
tenere separato il tavolo della garanzia partecipata)
Referenti: Alessio e Tiziana

Questo tavolo nasce per far fronte ai tanti singoli che vengono a 
curiosare durante la tre giorni per capire cos’è genuino clandestino e 
alle nuove reti che hanno bisogno di capire come risolvere i principali 
problemi che si presentano all’inizio. Attraverso una panoramica del 
percorso di G/C e della situazione attuale, dell’esperienza di altre 
reti e delle nuove esigenze, si parlerà e discuterà di come organizzare 
nuove reti (strumenti utili, burocrazia, errori comuni, ecc) e di come 
sviluppare e promuovere nuovi mercati.

Alcuni degli strumenti di cui si parlerà, utili per creare reti attive e 
durature, sono la garanzia partecipata, gli incontri nazionali e le reti 
territoriali.
TAVOLI TEMATICI

         COMUNICAZIONE

Il nostro movimento, composto da nodi distanti tra loro, necessita di 
una comunicazione interna funzionale a rafforzare, creare legami e 
divulgare informazioni. Allo stesso tempo riveste un ruolo altrettanto 
importante nella comunicazione volta verso l'esterno, verso chi è 
desideroso di approcciarsi al movimento.
Per questo semestre ci proponiamo:
- La creazione di un gruppo di persone competenti in materia di 
comunicazione che si prenda cura delle principali piattaforme di 
comunicazione della rete, a cominciare dalle integrazioni e migliorie 
del sito.
- L'importanza del tavolo comunicazione in quanto mezzo di prolungamento 
e divulgazione degli altri tavoli: formazione, mutuo aiuto, ecologia...
- Valutazione della proposta di finanziamento di una borsa di studio 
destinata alla creazione di progetti creativi-artistici-comunicativi.


Referenti: Agnese


         CUCINE IN MOVIMENTO


In autogestione

         ECOLOGIA E AUTONOMIE



Genuinoclandestino 

Genuinoclandestino@autistici.org
https://www.autistici.org/mailman/listinfo/genuinoclandestino

Risultati immagini per genuino clandestino a MOndeggi

sabato 21 aprile 2018

Treia, 28 aprile 2018 - "C'era una volta il pane" reading di Michele Meomartino con OffTea


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Treia. “C'era una volta il pane” Reading di Michele Meomartino con OffTea – Il pomeriggio del 28 aprile 2018, nell'ambito della Festa dei Precursori, in Vicolo Sacchette 15/a, si tiene una recitazione a più voci con l'ausilio dell'Officina Teatrale diretta da Victor Carlo Vitale, sul tema di “C'era una volta il pane” dello scrittore Michele Meomartino

C'era una volta il pane
Le società occidentali sono diventate opulente, completamente asservite al dogma dello sviluppo illimitato, e producono una montagna di rifiuti e di cibo spazzatura. Ma la cosa che mi rattrista di più sono le tonnellate di cibo che finiscono nell’immondizia, compreso, hai noi, il tanto amato pane. Un autentico schiaffo alla povertà sempre più dilagante! Quanto tempo è passato da quando lo baciavamo dopo averlo raccolto per terra! Cosa è successo alla nostra società?...
C'era una volta il pane…
Questa mia riflessione potrà sembrare all’apparenza viziata da una sindrome nostalgica, come di un inguaribile romantico che guarda al passato con gli occhi umidi per qualcosa che non c’è più. Personalmente sono interessato a vivere il presente, il qui e ora, e non voglio aggiungermi alla folta schiera di quanti si rifugiano nel passato convinti che sia stato migliore del presente.
Non mi sembra corretto mettere a confronto epoche storiche differenti, quasi a stilare una graduatoria, perché diverse sono le persone che hanno vissuto, diversi sono stati i contesti e gli orizzonti di riferimento, diversi sono gli atteggiamenti e le sensibilità degli osservatori che dovrebbero giudicare. Al più si possono fare solo alcune considerazioni generali.
La storia, le nostre piccole e grandi storie, è quella che ci scorre davanti e ogni uomo si confronta e continua a confrontarsi con le sfide del suo tempo, nel bene e nel male, in un intreccio i cui contorni non sempre sono così chiari ed evidenti.
Sono persuaso che, così come un albero non può vivere senza radici, così un uomo non può vivere senza memoria. E’ importante sapere da dove veniamo per avere qualche indizio che ci illumini sulla strada da percorrere, incerti e titubanti, come siamo, su non pochi aspetti del nostro vivere. Da alcuni frammenti di memoria custoditi nelle pieghe del tempo, come un fiume carsico che riaffiora alla luce, possono giungerci spunti di riflessione e saggi insegnamenti che potrebbero rivelarsi preziosi per la nostra esistenza.
La storia che vorrei narrare attinge a quell’immenso serbatoio rappresentato dalla testimonianza di mia madre Giuseppina e si protrae fino ai giorni della mia infanzia. Mia madre è nata nel 1938, ha quasi ottant’anni, e per fortuna sua e nostra ha una memoria d’elefante. I suoi ricordi mi sono molto cari, non solo perché mi fanno rivivere la mia infanzia e mi raccontano la storia dei miei nonni, a cui ero molto legato, ma perché ritengo che sia un dovere recuperarli e non lasciarli disperdere nell’oblio. Essi rappresentano un patrimonio per noi figli. Cominciamo con nonno Michele. La sua famiglia era composta dalla moglie Maria e da quattro figli, nell’ordine: Matteo, Giuseppina, Lucia e Antonio. Abitavano a Casalnuovo Monterotaro in provincia di Foggia, un paese collinare (432 metri di altezza) del sub – Appennino Dauno.
Gli anni a cavallo della seconda Guerra Mondiale erano stati duri per tutti e l’alimento principale per sfamarsi era il pane. Il nonno faceva il contadino e poteva contare sul cibo che coltivava sulla sua terra, ma molte famiglie hanno sofferto letteralmente la fame. Il pane, l’alimento più consumato al mondo, si faceva ancora in casa e pochissime erano le persone, solo i più abbienti, che potevano permettersi di acquistarlo altrove.
In quegli anni, gran parte delle giornate venivano impiegate per soddisfare i cosiddetti bisogni primari e non c’era molto tempo libero da dedicare agli hobby o per coltivare una passione. Prima di tutto, ogni famiglia in vista del lungo inverno, come le formiche, metteva da parte le provviste. Si procurava la necessaria quantità di legna per il camino e sacchi di carbonella se aveva un braciere, che sarebbero serviti per scaldarsi e per cucinare, la farina per fare pasta e pane e la carne, grazie al maiale.
Fratello porco,come era chiamato amabilmente da qualcuno, garantiva una discreta quantità di cibo sotto forma di insaccati, prosciutti, grassi e altri nutrienti preparati. Una volta al mese il nonno andava da un amico mugnaio, Francesco Castellucci, per macinare il grano. Caricava due sacchi di grano sul dorso della sua mula e percorreva venti chilometri, tra andata e ritorno, essendo il mulino ad acqua ubicato in località Sente sul fiume Fortore. Negli anni successivi l’attività di quel mulino andò gradualmente scemando e il nonno trovò più agevole far macinare il suo grano nel mulino elettrico di Francesco Petrilli che stava in paese.
Sempre sul dorso della mula i sacchi di farina venivano trasportati a casa e custoditi in cucina, in una grande e rustica cassa di legno che poteva contenere fino a due quintali di farina. La cassa era divisa in due comparti: in una si conservava la farina di grano tenero per fare il pane e i dolci e nell’altra la farina di grano duro per fare la pasta.
Man mano che mia madre cresceva in età, sempre più doveva sostituire sua madre nei lavori domestici. Nonna Maria e zio Matteo, poco più che adolescente, dovevano aiutare il nonno in campagna, dove il lavoro era molto duro e occorreva molta forza fisica. Ricordo ancora il nonno mentre arava i campi con la mula e di tanto in tanto prendeva dalla tasca un grosso fazzoletto per asciugarsi il sudore. Così, mia madre dovette farsi carico, oltre che delle faccende domestiche, anche della cura dei fratelli minori, Lucia e Antonio. Quando nacque zia Lucia, nell’Aprile del 1947, mia madre, che all’epoca aveva nove anni e frequentava la quarta elementare, fu costretta a non andare più a scuola. Un’assenza che le fece perdere l’anno scolastico! Erano altri tempi.
Ritornando alla quotidianità, il pane si preparava in media ogni settimana, dipendeva dalle bocche da sfamare. Tutto cominciava il giorno prima quando la mamma andava dal fornaio per chiedere in prestito il lievito madre, che poi bisognava restituire, e concordava il turno dell’infornata. I ricordi di mia madre vanno ancora più indietro nel tempo, quando non c’era ancora il telefono per comunicare e il fornaio, ma più spesso la fornaia, notte tempo, era costretta a passare, casa per casa, ad avvertire le massaie che era giunto il momento di impastare. Non oso nemmeno immaginare la fatica di quelle persone, in un paese la cui illuminazione era insufficiente e la temperatura, specie in inverno, non era certo clemente. Per scaldarsi un po’ andavano in giro con un tizzone ardente in mano!
I sei forni di Casalnuovo erano alimentati con la paglia, la cui disponibilità era quasi illimitata, essendo la provincia di Foggia il granaio d’Italia. Tutti i quartieri avevano il loro forno e in ognuno di essi si facevano ben cinque infornate al giorno, una ogni due ore, fin dalla mattina. La famiglia di mia madre sceglieva quasi sempre la prima infornata, così da avere a disposizione le ore diurne per altri lavori. Alcuni fornai li ho conosciuti personalmente come Ginotto Palmieri e sua sorella Lucia.
La lunga notte del pane cominciava intorno a mezzanotte con la preparazione dell’impasto. La mamma prelevava dalla cassa di legno la farina occorrente e la versava nella madia. Con un contenitore di legno, capace di contenere fino a quattro chili, prelevava trenta chili di farina di grano tenero, cinque chili di farina di grano duro e le mischiava. Una volta mischiate, univa alle farine anche due chili di patate precedentemente lessate e ridotte in poltiglia per rendere l’impasto più soffice. Dopodiché faceva un grande buco al centro, un cratere, aggiungeva una mangiata di sale e in ultimo il prezioso lievito madre. L’impasto proseguiva con l’aggiunta graduale d’ acqua calda per favorire il giusto amalgama. Così, nel cuore della notte, mentre tutta la famiglia dormiva, le operose massaie, con un grande e ritmato lavorio di braccia, che durava almeno un paio d’orette, impastavano il pane con tanta cura, forza e passione. Terminato l’impasto, la madia veniva leggermente inclinata su un lato, in modo tale da compattare meglio la grande massa impastata e facilitare la lievitazione. Prima di chiudere la madia si copriva l’impasto con degli strofinacci puliti e delle coperte per non disperdere il calore. Quando l’ambiente, dove avveniva la panificazione, non era molto caldo si ricorreva all’accensione di un braciere perché la temperatura è fondamentale per ottenere una buona lievitazione.
Nel frattempo, senza fare troppo rumore, la mamma rassettava la casa, preparava i cesti e tutto l’occorrente per trasportare il pane al forno. Dopo circa due ore verificava lo stato di lievitazione premendo leggermente l’impasto con le dita. Se il grado di elasticità era quello giusto e l’impasto si staccava con facilità dal fondo della madia, allora era pronto per essere sistemato nei canestri. Nonna Maria aveva acquistato dei canestri di paglia da Donata Cicchetti, una maestra cestaia molto abile nell’arte dell’intreccio. I canestri di paglia, rispetto a quelli intrecciati con altri materiali, trattengono meglio il calore e agevolano il proseguo della lievitazione che avviene nei cesti. Ma ritorniamo all’impasto. La massa impastata veniva divisa in diverse porzioni, quasi tutte uguali, in media di cinque, sei chili ciascuna. Prima di essere sistemate nei cesti, c’era un altro importante passaggio da svolgere, anche se breve: le singole pezzature venivano ulteriormente lavorate. A quel punto, ogni cesto veniva coperto con una tovaglietta, che si faceva aderire all’interno, e si spolverava il fondo con una mangiata di farina grossolana.
Dal momento che in ogni turno venivano infornate le pagnotte di diverse massaie, bisogna mettere un segno distintivo in modo da riconoscere le proprie. La nonna e la mamma collocavano in fondo al cesto una mandorla. Solo dopo adagiavano l’impasto. Ancora una spolverava di farina grossolana prima di coprirlo tirando e congiungendo i bordi della tovaglia. Intanto, le ore della notte trascorrevano placidamente e al silenzio si alternavano echi lontani, l’alba era imminente e l’ora di recarsi al forno si avvicinava. Era giunto il momento di tirar fuori l’asse di legno su cui si sarebbero appoggiati i cesti. I nonni avevano due assi: uno di un metro e l’altro di un metro e mezzo di lunghezza. Con il primo si potevano trasportare cinque cesti, con il secondo, invece, ben sette.
Ma con quale mezzo si sarebbe trasportato il pane al forno? Sembra un domanda scontata, per non dire banale, se posta oggi, dove tutto o quasi è meccanizzato.
Ma allora era la massaia l’unico “mezzo di locomozione”, ovviamente ad impatto ambientale zero Così, la mamma aiutata da qualcuno sistemava la pesante tavola di legno sopra la testa, non prima, però, di coprirla con un cercine, un pezzo di stoffa arrotolata unendo le estremità a formare una ciambella.
Il cercine era importante per ammortizzare il peso sopra la testa e garantire al carico una stabilità maggiore durante il tragitto. Finalmente iniziava il viaggio del prezioso carico di circa trenta chili verso il forno. Il tragitto nella prima parte era in discesa, i nonni abitavano nella parte più alta del paese, poi diventava pianeggiante. La distanza non era eccessiva, circa quattrocento metri, ma la strada non era agevole. Era un acciottolato irregolare con qualche gradino, specie nel primo tratto, che suggeriva di procedere con estrema cautela. Dopo qualche minuto la mamma giungeva al forno di Lucia Palmieri. Entrando sistemava il pesante carico sulle mensole di legno poste ai lati e una delle prime operazioni che faceva era la restituzione del lievito madre, prestato il giorno precedente, staccando un pezzo d’impasto da uno dei cesti. Il forno era acceso da diverse ore, la fornaia continuamente alimentava il fuoco aggiungendo altra paglia e ogni tanto controllava la temperata del forno guardando l’interno e, non essendoci un termometro, era l’esperienza a guidare le sue scelte. Così quando le pareti interne diventavano bianche, il forno era pronto per la prima infornata, in genere riservata alle pizze e alle focacce, poi era il turno del pane.
La fornaia appoggiava la lunga pala di ferro vicino alla bocca del forno e invitava le massaie a rovesciava l’impasto sopra. La mamma per non fa attaccare l’impasto alla pala spolverava quest’ultima con un po’ di farina, anche per agevolare il rilascio dell’impasto all’interno del forno. Lucia aveva il suo ben da fare, ogni infornata inghiottiva circa cinquanta pagnotte, dopodiché chiudeva la bocca del forno con un grosso coperchio di ferro. Dopo un’oretta, toglieva il coperchio e verificava il grado di cottura. Se tutto era a posto, cioè se il pane stava assumendo un bel colore, non c’era più bisogno di alimentare il fuoco. La bocca del forno non si chiudeva più e non restava che attendere. Ogni tanto l’occhio cadeva sulle pagnotte che diventavano sempre più colorite, mentre dal forno si spandeva all’esterno un profumo delizioso che saturava l’aria circostante e richiamava qualche passante. Un’ ultima occhiata all’interno del forno, finalmente il pane era cotto al punto giusto e una certa eccitazione animava gli astanti. Allora la fornaia esclamava soddisfatta e con tono deciso: “E’ cott! U putimm caccià” (E’ cotto! Si può sfornare) e con un'altra pala, questa volta di legno per non rovinare il pane, ritirava una ad una le pagnotte dal forno sotto lo sguardo attento delle massaie presenti, tutte intende a riconoscere le proprie. Con una scopetta di miglio si pulivano le pagnotte da eventuali impurità e poi venivano adagiate sull’asse di legno.
Con la cottura le pagnotte perdevano un po’ del loro peso rispetto a prima di essere infornate, circa il venti percento, ma si trattava sempre di una trentina di chili da trasportare a casa e questa volta in salita. Prima di riprendere la strada del ritorno si pagava il pattuito alla fornaia che, negli anni sessanta, era di quindici lire per ogni pagnotta infornata. Una volta arrivata a casa, la mamma sistemava il prezioso carico nella madia e la casa sembrava più ricca e profumata.
Intanto i contadini erano già al lavoro nei campi, i ragazzi erano a scuola, gli artigiani nelle loro botteghe e la vita in paese riprendeva il suo ritmo lento e senza frenesia, scandito dal rintocco delle campane. Ma al forno non si portava solo il pane.
Durante i mesi autunnali, dopo il raccolto del granturco, si cucinavano anche le pannocchie che venivano trasportate in un contenitore di coccio la sera tardi, dopo l’ultima infornata di pane, quando il forno era ancora caldo. A volte si portavano anche le patate. Dopo questa minuziosa ricostruzione di tutti o quasi i passaggi della panificazione, semplici e cadenzati gesti che appartengono alle donne da migliaia di anni, vorrei ricordare alcuni episodi significativi. Tra quelli che la mamma ama ricordare ce n’è uno in particolare che merita di essere narrato.
All’inizio di Luglio del 1951 i nonni stavano in campagna, era giunto il momento di mietere e trebbiare il grano. La squadra dei lavoratori era numerosa, composta da nove operai, di cui tre che legavano i covoni. Con i membri della famiglia del nonno, il numero saliva a undici, dodici e bisognava preparare da mangiare per una decina di giorni. La mamma aveva solo tredici anni e toccava a lei cucinare e preparare una grande quantità di pane. Per quella occasione preparò ben tredici pagnotte, oltre settanta chili di pane! Una faticaccia!
Ed ora vorrei narrare brevemente qualche ricordo personale in ordine sparso. Siamo alla fine degli anni sessanta e il boom economico, con la presenza sempre più ingombrante e pervasiva della televisione, giungeva anche nei piccoli paesi di provincia. Noi bambini, però, guardavamo poco la televisione preferendo giocare all’aria aperta costruendoci spesso anche i giocattoli. Quando tornavo da scuola a casa mi accorgevo subito che la mamma aveva fatto il pane.
C’era un profumo inconfondibile in cucina, il pane era ancora caldo. Allora mi avvicinavo furtivamente alla madia e sbocconcellavo un po’ di crosta. In diverse circostanze mi piaceva andare con lei al forno, in particolare al forno di Gino Palmieri, ubicato presso il quartiere Le croci. Il fornaio era sempre rosso in viso e a mezze maniche per via del gran calore che si sviluppava intorno al forno. Ricordo il chiacchiericcio tra le massaie in attesa della cottura e alcune conversazioni che si instauravano tra il fornaio e le massaie, specie quando le dimensioni di alcune pagnotte, risultando eccessive, potevano mettere a rischio il numero delle pagnotte da infornare. Ma alla fine, quasi per magia, il fornaio le faceva entrare tutte!
Tra i miei ricordi, di sicuro il più nitido e frequente, riguarda nonno Michele che amava sedersi a capotavola durante i pasti tagliando personalmente il pane. Non avendo un tagliere su cui poggiare la grossa pagnotta, con le sue grosse mani callose prendeva il pane e lo stringeva orizzontalmente al petto con la mano sinistra, mentre con l’altra afferrava un enorme coltello e tagliava con precisione le fette. Era un piacere vedere quelle fette lunghe e compatte arricchire la tavola e il nonno era felice come una Pasqua nel veder la famiglia riunita a tavola.
A me piaceva mangiare il pane anche da solo, senza companatico, oppure prima del pranzo inzuppandolo nel sugo che era particolarmente saporito. Era difficile resistere al suo profumo! Cercavo di intingere il pane lontano dagli occhi severi di mia madre perché temeva che ingozzandomi di pane poi non mangiassi il pranzo.
Invece a merenda la mamma mi preparava pane, zucchero e olio, un pasto semplice, nutriente ed essenziale. Ma la lezione di vita che ricordo volentieri, era quando cadeva accidentalmente qualche pezzo di pane per terra. Ovviamente non si buttava. Guai! Subito veniva raccolto, si guardava dov’era lo sporco ed eventualmente si puliva soffiando sulla parte sporca. Alla fine si baciava. Che bella lezione! Una poesia, un gesto, quasi sacro, che restituiva al pane la sua vitale importanza e al tempo stesso era un segno di rispetto verso tutti coloro che avevano lavorato non senza fatica per portarlo a tavola.
Non sempre il quantitativo di pane che si preparava settimanalmente era sufficiente alla bisogna delle famiglie, spesso si chiedeva in prestito ai vicini di casa. Anche questa costumanza ci informa di una solidarietà concreta che si praticava tra le famiglie a dimostrazione che il buon vicinato garantisce più coesione sociale. A volte, invece, il pane eccedeva e man mano che trascorrevano i giorni diventava sempre più duro. Anche in quei casi nulla veniva perso. Si ammollava e si spremeva sopra un pomodoro, un po’ come si fa, oggi, con le friselle pugliesi, oppure veniva utilizzato per fare nutrienti pancotti.
Una delle ricorrenze più belle è legato alla festa di S. Antonio da Padova, che si festeggia ogni anno il tredici di Giugno, quando nel mio paese natale c’era l’usanza di portare dei piccoli pani in chiesa per farli benedire dal prete. Era un’autentica festa per noi bambini. Quanto pane abbiamo mangiato per strada! Non era un fatto inusuale durante la mia infanzia.
Infine, un ricordo recente, che risale a pochi anni fa, legato alla mia attività di organizzatore di eventi eco – conviviali. Insieme ad altri amici e amiche, il dieci Giugno del 2007 organizzammo a Moscufo in provincia di Pescara un evento denominato “Pane in festa”, un'intera giornata dedicata al pane. In mattinata visitammo il mulino di Vincenzo Cappelli e da mezzogiorno fino alla sera tardi la manifestazione si svolse presso la Comunità de “I Ricostruttori” in contrada Colle S. Angelo.
Fu una giornata bella e calda, indimenticabile, a cui parteciparono oltre cento persone, e soprattutto un evento ricco di iniziative culturali, esperienziali e culinarie: dall’impasto del pane che coinvolse diverse persone, tra adulti e bambini, alla narrazione di racconti intorno al pane, dalla cottura di una pagnotta in un forno solare alle pizze cotte al forno al legna, dalla festa serale svoltasi sull’aia allo splendido tramonto della Bella Addormentata.
Prima di concludere questa lunga narrazione mi chiedo: “Cosa è rimasto, oggi, di quelle costumanze paesane?” L’evidenza è sotto gli occhi di tutti e la risposta è fin troppo scontata: “Poco o nulla”.
I forni a paglia nel mio paese natale non ci sono più dalla metà degli anni settanta ed è rimasto un solo forno elettrico che vende il pane. Quell’umanità colorita ed operosa, quel caotico chiacchiericcio delle massaie, quell’andirivieni per le strade, sono solo un lontano ricordo. Ormai il pane si acquista solo ed esclusivamente nei negozi o nei supermercati, dove si trova di diverse forme e di vari cereali, anche per i celiaci, per coloro che sono intolleranti al glutine. Non è più essenziale come lo è stato per millenni, se ne mangia poco e i bambini gli preferiscono le merendine.
Le società occidentali sono diventate opulente, completamente asservite al dogma dello sviluppo illimitato, e producono una montagna di rifiuti e di cibo spazzatura. Ma la cosa che mi rattrista di più sono le tonnellate di cibo che finiscono nell’immondizia, compreso, hai noi, il tanto amato pane.
Un autentico schiaffo alla povertà sempre più dilagante! Quanto tempo è passato da quando lo baciavamo dopo averlo raccolto per terra! Cosa è successo alla nostra società? Questa metamorfosi è emblematica di una civiltà fortemente segnata da un consumismo sfrenato, oltre ogni ragionevole bisogno, che ci ha arricchiti di oggetti, ma ci ha impoveriti di umanità!
L’innegabile per quanto ineguale ben – essere raggiunto, ma forse sarebbe più corretto chiamarlo ben – avere, si coniuga quasi esclusivamente al singolare. Aver confinato il pane tra gli scaffali di un supermercato e scisso fino a mutilare il legame con le sue molteplici relazioni, in un processo che ho cercato immodestamente di narrare, è come avergli rubato l’anima. Il pane era vita, era cultura, era bellezza, ora è diventato una merce.
Tuttavia, non pochi, oggi, stanno riscoprendo il valore delle vecchie tradizioni, di quanta conoscenza ci è stata tramandata e che merita di essere recuperata. Tra le cose più belle che si stanno  rivalutando c’è sicuramente l’autoproduzione del pane con lievito madre e grani antichi. E la cosa più confortante è che sono soprattutto i giovani a riscoprire questi valori, sottraendo parte del loro tempo alla mercificazione e alla tirannia di una società che ci vorrebbe unicamente come tubi digerenti.
E’ il tempo della lentezza e della cura si sé, è il tempo della condivisione e del piacere di fare le cose assieme. Mani che si intrecciano e creano legami di intimità, una solidarietà che vorrebbe coinvolgere tutti, uomini e donne, bambini e adulti, figli e genitori.
Quei gesti, che hanno scandito il tempo di tante massaie, di mia nonna e di mia madre, solo per fare due esempi a me noti, oggi, rivivono nell’operosità di questi giovani che insieme sognano un mondo nuovo, dove il pane è soprattutto condivisione di valori e di fatica, con il sorriso sulle labbra e tanta gioia nel cuore.
Michele Meomartino - michelemeomartino@tiscali.it
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Resoconto del Presidio contro la guerra in Siria svoltosi a Roma il 19 aprile 2018

Un micro successo istruttivo: il presidio a Roma contro la guerra alla Siria organizzato da piccoli sindacati di base



Nel pomeriggio di giovedì 19 aprile 2018, sotto un sole cocente, si è tenuto un presidio contro l'attacco alla Siria di Usa, Francia e Regno Unito. Il sit in era organizzato dal Sindacato Generale di Base. All'iniziativa avevano aderito altri sindacati di base, USI, CUB, SI Cobas, l'Associazione migranti di Roma e Italia Cuba; era presente anche il Partito Comunista, con il suo segretario Marco Rizzo e alcune decine di giovani militanti del Fronte della gioventù, la sua federazione giovanile.
Sventolavano inoltre alcune bandiere palestinesi e siriane.




I numerosi giovani che accompagnavano Rizzo, negli anni passati, prima di aderire al Partito Comunista, erano già organizzati nel Fronte della Gioventù e si facevano notare in occasione di manifestazioni soprattutto studentesche per la loro presenza numerosa e disciplinata. Un modo di manifestare più unico che raro negli anni 2.000.

Era presente anche la Rete No War con i cartelli che allego a questo scritto:

“ Schiavitù in Libia
Grazie NATO ! “

,cartello scritto in occasione di una manifestazione di migranti,
e

“ Le bombe Rwm “sarde” dei sauditi
pronte per la Siria “

per ricordare come le bombe del Rwm Italia, fabbricate in Sardegna e vendute ai sauditi, possano essere utilizzate dall' Arabia saudita oltre che sullo Yemen anche sulla Siria, avendo il suo principe ereditario Bin Salman annunciato a Macron la propria disponibilità a compiere raid sulla Siria “se la nostra alleanza lo esige”.



Nella caldissima Piazza Barberini le persone che hanno manifestato erano più numerose del previsto e non hanno confermato i commenti pessimisti sul movimento per la pace che circolano in questi giorni.

Insomma giovedì un buon numero di persone è stato in piazza a manifestare contro la guerra chiamato da organizzazioni relativamente piccole,

e questo mi ha convinto ancor di più che potrebbe esistere anche nel 2018 un movimento per la pace combattivo e visibile, se solo trovasse la maniera di mettere insieme troppi piccoli gruppi frammentati e non collegati tra loro e se riuscisse a comunicare all' opinione pubblica quello che ha da dire, che è molto ed importante.

Scrivo queste righe venerdì nel primo pomeriggio e in questo momento non riesco a trovare sul web nessun traccia di cronache sul presidio di ieri. Di seguito riporto invece una lettera pubblicata questa mattina sul quotidiano il manifesto che spiega proprio come le iniziative esistenti contro la guerra non sono raccontate dall' informazione italiana attuale. Un problema questo però che deve essere affrontato prima di tutto dallo stesso movimento, senza aspettare aiuti da chi talvolta più che disinteresse ha obiettivi contrari ai suoi.

Di seguito la lettera dal manifesto di oggi:

L' informazione e la pace

Alla lettrice che scrive indignata perché non si scende in piazza contro le guerre condotte dagli USA e dai loro alleati europei che stanno insanguinando il mondo faccio notare che sabato 14 aprile si è tenuto a Milano un presidio contro il lancio di missili sulla Siria da parte degli Stati Uniti, Francia e Inghilterra e con il consenso dell' Italia.
Naturalmente l' appuntamento è stato ignorato da tutti gli organi di informazione compresi quelli che si definiscono di sinistra. E sarà la stessa cosa per la manifestazione programmata per sabato 21 aprile a Sigonella.

Moreno Alampi

Come fare allora a ricostruire un movimento contro la guerra con un minimo di consistenza, visibilità ed efficacia ?

Il primo passo è cominciare a parlarne, e ieri pomeriggio ho portato al sit in anche un cartello

“ Per un movimento

indipendente

contro le guerre,

unitario

tra diversi “

Ma il secondo passo necessario è mettere insieme chi lavora separato.

Non so se sarà visibile a breve una aggregazione contro la guerra consistente, sicuramente non saranno visibili le troppe piccole aggregazioni attuali.

Marco Palombo