Presentazione



In movimento per ecologie, vivere insieme, economia sostenibile, bioregionalismo, esperienza del se' (personal development).

mercoledì 23 agosto 2017

Denaro sterco di satana?


"Il denaro è lo sterco di Satana" è una affermazione così
grossolanamente schematica da risultare falsa.


Il problema non sono i soldi, bensì il loro controllo.


L'essere umano è strutturalmente un animale sociale, in quanto incapace a sopravvivere da solo, pertanto vive organizzato in gruppi, nei quali si scambiano i prodotti, non esistendo l'autosufficienza singolare.

Quando, con le dimensioni della rete di relazioni, si passa dal baratto diretto a quello indiretto, sorge il problema della unità di conto dei debiti/crediti provvisori delle merci scambiate: io do 20 uova a te perché ho bisogno di 20 mele in cambio, ma tu non hai le mele, le potrò avere da Gigi, quindi ci serve una unità di conto socialmente accettata a testimoniare che ti ho dato le 20 uova, e il certificato di conto lo chiamiamo denaro.


Il problema è che siccome questa speciale merce "certificato di scambio" serve a tutti, allora l'operazione della sua produzione e distribuzione deve essere sotto il controllo di tutti.


Invece, di quel controllo se ne sono appropriati di banchieri, i quali, ovviamente, agiscono nel proprio specifico interesse, il che va a danno degli altri, in mille forme, come temeva esplicitamente Thomas Jefferson.


Tuttavia, il problema è risolvibile qualora si constati che il monopolio sul denaro da parte dei banchieri è fittizio, si fonda su una illusione culturale fraudolenta, l'illusione che solo loro abbiano il potere di crearlo ed emetterlo.


Il che non è affatto vero.


Il denaro può venire autoprodotto da chiunque abbia provveduto a creare un bacino di accettazione convenzionale del medesimo, trattandosi di una merce a costo materiale pressoché nullo, visto che è non valore bensì certificato di valore, ed un certificato richiede solo il requisito di essere riconosciuto dagli accettanti.


La soluzione ottimale, dunque, è che il denaro ritorni ad essere prodotto e distribuito da un organismo che agisca in nome e per conto del popolo, sotto il controllo democratico del popolo.


Il che equivale al recupero della sovranità monetaria.


In mancanza di attuazione di tale soluzione, si può provvisoriamente decidere di produrre ed emettere denaro autonomo parallelo, valido entro il bacino di accettanti, emesso sotto il controllo dei medesimi.


Sono già esistiti diversi esperimenti riusciti, in questo senso, come quelli di Silvius Gesell in Svizzera, il Simec di Auriti, il credito di Airaudi, il wir svizzero (che sopravvive operativo ormai da settant'anni), lo scec, e tanti altri, in Italia come in varie altre nazioni del mondo.


In attesa di riappropriazione pubblica della sovranità monetaria del popolo è necessario ampliare e diffondere questo genere di interventi paralleli.

Sarvamangalam  (Alias Vincenzo Zamboni)




Articolo Collegato:
http://riciclaggiodellamemoria.blogspot.it/2015/08/rothschild-il-cazaro-che-si-fece-ebreo.html

martedì 22 agosto 2017

Parla Tashi... intervista ad una monaca buddista


Risultati immagini per Chi è Ciampa Tashi?
Chi è Ciampa Tashi?
Ciampa Tashi è, prima di tutto, una persona, poi una donna che ha deciso di intraprendere un percorso che ha come obiettivo l’essere felice. Dato che nelle precedenti esperienze di questa ricerca non ho tratto dei risultati soddisfacenti, ho compreso che dalle relazioni, dalle cose, dalle situazioni, dalle condizioni esterne non si può ottenere una felicità duratura, anzi possiamo dire che la felicità ottenuta da questi fattori esterni è provvisoria, pertanto non è qualcosa su cui fare affidamento.
L’unica cosa su cui fare affidamento è il proprio addestramento mentale che riesce a trasformare le vicissitudini della vita, le difficoltà e le situazioni, in qualcosa che è di beneficio, come fosse una medicina. Le medicine a volte sono piacevoli altre volte non lo sono, però l’obiettivo di una medicina è quella di curare, il significato della cura è quello di uscire da uno stato di malessere per arrivare ad uno stato di benessere, che è la salute, in questo caso si tratta della felicità. Quindi, la mia strada, il mio percorso, nasce nel momento in cui ho perso la fiducia verso i fattori esterni che arrivavano e ho cominciato a prendere fiducia nell’addestramento mentale chiaramente con l’aiuto di guide, studi e pratica che ho cominciato a fare da oltre 12 anni, partendo dalla meditazione.

Com’è strutturata la tua giornata?
La mia giornata inizia con la preghiera e la meditazione sin dalle prime ore del mattino, circa 4:30.
Vivo in un istituto che è un centro di studi buddhisti in Toscana, a Pomaia in provincia di Pisa e non avendo la possibilità di vivere in un monastero perché in Occidente non ci sono monasteri femminili della tradizione del buddhismo tibetano Ghelupa. Le scuole tibetane sono quattro, questa discende dalla scuola di Lama Tzong Khapa.
Quindi la mia giornata prevede sin dal mattino, dopo le varie cure del corpo, nel preparare l’altare, tutte le mattine. L’altare si prepara riempiendo sette ciotole contenenti offerte che sono: acqua da bere, acqua per lavarsi, fiori, incenso, una candela, acqua profumata e del cibo. Le offerte le preparo ogni mattina e le tolgo la sera.
Mi siedo davanti all’altare e faccio le mie preghiere che siano di beneficio per tutti gli esseri viventi. Poi passo alla meditazione della durata di circa 30-40 minuti, poi inizio gli esercizi di yoga: i Cinque Riti Tibetani e altre posture della durata di circa 20 minuti; continuo con altre preghiere fino ad arrivare alle otto. Alle otto faccio una colazione abbondante.
Dopo la colazione preparo le cose per la mattina; alle dieci salgo in sala meditazione dove ci sono le preghiere insieme ad altre monache e monaci oltre ai laici che prendono parte al percorso di studi che dura sette anni che si chiama Masters Program. Si tratta di un corso ispirato al programma di studio per i ghesce tibetani adottato dalle università monastiche in India , le stesse trasferitesi dal Tibet dopo l’invasione cinese.
Il programma prevede di studiare approfonditamente i testi della tradizione buddhista studiando i dettagli con le spiegazioni, attraverso l’aiuto fondamentale di un ghesce, cioè un Lama che è un professore: ghesce è colui che ha preso un dottorato in teologia buddhista e ha alle spalle ventidue anni di studio.
Alle 10:30 arriva il Maestro, sono presenti tutti gli allievi e i traduttori che traducono dal tibetano all’italiano e inglese.
Questo fino alle 12,30.
Il pomeriggio si studia ciò che è stato trattato al mattino o si memorizzano definizioni o parti del testo e alle 17:30 si ha l’incontro con il tutor con il quale si riprendono le parti difficili e le spiegazioni del testo che sono state fatte nella mattinata, si finisce alle 19:30.
Poi, insieme ai monaci, si fanno delle preghiere particolari fino alle 20, infine ognuno si ritira nel proprio alloggio. Generalmente non si cena, per rimanere leggeri la mattina dopo.

A tuo parere, cos’è che affligge l’uomo d’oggi?
L’insoddisfazione dovuta all’illusione che i fattori esterni possano essere fonte di felicità e di serenità, in realtà avviene tutto il contrario. Più si hanno desideri, più si ha difficoltà a realizzarli e più si è infelici. Oggi la società dei consumi ci dà l’illusione e ci mette di fronte ad una modalità che non funziona.
Non funziona perché pensiamo che comprando un nuovo smartphone, una nuova macchina, avendo una bella casa e una immagine bella del nostro corpo, e tutte queste cose, si possa essere in grado di ottenere la felicità, mentre invece non è così.  Questo comporta la delusione nel constatare che questa modalità non rende felici; pensando che si è sbagliato a scegliere la macchina, la persona, ecc…, si produce un circolo vizioso causato dal pensare che la felicità dipenda da questi fattori esterni.

Quando avviene il punto di svolta?
Quando si comprende che le cose stanno così e che questo metodo non funziona. È un risveglio, un disincanto, che ci mette nelle condizioni di dire: ”Non è così che avviene la felicità”. E allora ti rendi conto che è necessario cambiare il modo di ricercare la felicità. Questo proviene proprio dall’accettare che il metodo adottato sino ad ora non funziona, quindi cambi la ricetta, ma questo non avviene sempre, è un atto di coraggio e umiltà che si accendono attraverso l’onestà verso se stessi.

Quindi, per raggiungere la felicità, bisogna abbandonare tutto? Staccarsi da tutto?
Non è proprio così, perché questo deve essere una conseguenza. Un po' come quando nella nostra infanzia abbiamo lasciato i nostri giocattoli.
Quando verso i dieci, dodici anni, abbiamo lasciato i nostri giocattoli, inizialmente questi oggetti erano fonte della nostra gioia, del nostro divertimento ed eravamo attaccati ad essi, ma a un certo punto succede qualcosa, inizia un processo di cambiamento inconsapevole, avviene chespontaneamente si abbandonano quei giochi ed è stata solo la cura dei nostri genitori che ha fatto in modo che quei giocattoli siano stati messi via, regalati, venduti o buttati. Questo è stato il passo della nostra adultità, che è l’abbandono della fase infantile avvenuto spontaneamente, perché quei giocattoli non ci soddisfacevano più; non abbiamo pianto, non abbiamo sentito un senso di perdita, sono stati lasciati come quando un serpente lascia la sua pelle, ora ne ha una nuova; quindi non c’è rinuncia, non c’è rimpianto, ma c’è rinnovamento e cambiamento, è progresso verso il futuro.
Noi non possiamo decidere di lasciare gli attaccamenti, questo non avviene per un atto di volontà.
Lasciare i nostri attaccamenti e le nostre avversioni è il prodotto di una conseguenza che proviene dalla nostra crescita interiore. Ho visto persone che pensavano che dal lasciare i propri attaccamenti ne avrebbero avuto un vantaggio e della felicità, perché pensavano che questa liberazione avrebbe comportato la realizzazione della felicità che desideravano raggiungere, ma poi, qualche mese dopo, hanno rimpianto il passo fatto, proprio perché non era ancora pronta quella condizione di abbandono, quindi ne hanno sofferto.
L’abbandono dell’attaccamento, ad esempio l’abbandono all’attaccamento per i vestiti, non vuol dire andare in giro nudi; vuol dire non pensare più erroneamente che i vestiti siano la fonte della nostra felicità, questa è la realizzazione di una libertà interiore.

Hai accennato attaccamento ed avversione, ci spieghi meglio di cosa si tratta?
Ogni essere, umano, animale o altri esseri che noi non vediamo, hanno il segreto della mente. Questo significa che in ogni essere dimorano due desideri congiunti: il desiderio di essere felici e il desiderio di non provare sofferenza. Questo è presente in tutti gli esseri; dall’inizio della giornata noi produciamo azioni che hanno come obiettivo quello di realizzare questi due desideri. Pertanto, nel momento in cui adottiamo la felicità come obiettivo, pensiamo che questo provenga da qualcosa, quindi succede che rimaniamo attaccati ad oggetti (persone, situazioni) pensando che ci possano dare la felicità ed adottiamo l’avversione perché pensiamo che essa ci possa difendere dalla sofferenza, in realtà questi due fattori mentali sono illusori e fallimentari perché non realizzano il desiderio di essere felici e di non sperimentare la sofferenza, ottengono il risultato opposto.
L’attaccamento, lo dice la parola stessa, è una catena, è una prigione, è una mancanza di libertà.
Attaccamento e avversione sono due facce della stessa medaglia: se ho attaccamento, per esempio, a stare in casa, a vedere la televisione o a leggere un libro, a non sentire le persone e chiudermi in questa quiete dove non ci sono problemi con nessuno; contemporaneamente, dall’altra parte della medaglia, sorge l’avversione a uscire, ad incontrare persone e a fare delle attività con la paura di soffrire. In questo modo creiamo la nostra prigione.
Quindi, l’attaccamento e l’avversione provengono da un’unica matrice, l’ignoranza, che non è una mancanza di conoscenza, ma è ignorare come sono le cose. Attraverso questa ignoranza che identifica il nostro io, il nostro ego, adottiamo attaccamento e avversione con la speranza di essere felici e non sperimentare la sofferenza. Questo meccanismo, se non si realizza il disincanto, perdura fino alla morte, solo in quel momento saremo liberi sia dall’attaccamento che dall’avversione, perché abbandoneremo il nostro corpo e con esso la concezione dell’io.

Quale messaggio vorresti fosse colto dalle persone che leggeranno questa intervista?
Il mio desiderio è che le persone comprendano che abbiamo bisogno di svegliarci da questo torpore e da questa illusione, in quanto non è questo modo di vivere che ci condurrà alla serenità.
Svolgo varie attività, oltre allo studio, vado nelle carceri a Livorno una volta a settimana per due ore per tenere un incontro di meditazione con i detenuti. Mi sposto in diverse città, dove vengo invitata, e vado a Livorno in due centri per svolgere meditazioni, proprio per insegnare alle persone a gestire la propria mente. Il mio desiderio è che le persone si sveglino dalla illusione e comincino a capire che questa vita non dura così tanto come si pensa e che ogni secondo che passa perdiamo l’occasione, se non facciamo qualcosa, per essere felici; perché questo problema (ndr: l’illusione) lo abbiamo in questa vita, lo avremo nelle prossime, fintanto che non cambieremo il modo di vedere le cose.
Nel momento della morte, l’unica cosa che sarà mantenuta è il nostro percorso mentale, tutto il resto verrà perso inevitabilmente, non esistono casse funebri con il portabagagli e neppure carte di credito valide nella vita futura.

In questo periodo, come in altri d’altronde, l’umanità sta vivendo momenti di paura collettiva. Ci puoi dire qualcosa in merito alla paura?
Nella nostra filosofia vengono abbandonate quelle che sono la paura e la speranza.
La paura di sperimentare la sofferenza e di essere in difficoltà è qualcosa che è attinente al passato, perché abbiamo fatto l’esperienza della sofferenza e non vorremmo più ritrovarla.
Nel frattempo la speranza è qualcosa che attiene al futuro, cioè al desiderio che qualcosa che ci interessa e che ci piace si possa realizzare di nuovo, ma il futuro ancora non esiste.
Pertanto, la paura attiene al passato, la speranza al futuro.
Il passato non c’è più, quindi non esiste.
Il futuro non esiste perché deve ancora venire.
L’unica cosa che esiste è questo momento; è quello che sto programmando nel presente che darà risultati nel futuro. Quindi nel buddhismo causa/effetto (Detto anche: sorgere dipendente) è la base di qualsiasi cosa e il presente è l’unico momento per praticare il metodo. Paura e speranza vengono abbandonati perché non esistono e, come diceva Einstein, la vera follia è fare la stessa azione sperando di ottenere un risultato diverso. La stessa azione darà sempre lo stesso risultato, sperare in un qualcosa di diverso è utopia. Le persone praticano l’attaccamento perché non sono fiduciosi verso la propria pratica e quindi sperano che accada qualcosa dall’esterno per farle uscire dallo stato di sofferenza.
La paura della sofferenza deve essere abbandonata perché in questa vita sperimenteremo comunque la sofferenza in quanto abbiamo un corpo,esso porta in sè la natura della sofferenza, sperimenteremo inevitabilmente malattie, disagi, invecchiamento e così via, questo cesserà solo al momento della morte.
Mentre la speranza è attinente al desiderio di realizzare in futuro la felicità, ma in questo momento il futuro non esiste, quindi sorgono soltanto aspettative illusorie; anch'esse sono sofferenza, perché difficilmente si realizzeranno così come le desideriamo ora.
L’unica cosa che porta un vero beneficio è l’addestramento della mente, ovvero l’essere in grado di trasformare le avversità quotidiane, così come il letame diventa concime.

Contatti: aniciampatashi@gmail.com - Cellulare: 338 404 743

Risultati immagini per Chi è Ciampa Tashi?

lunedì 21 agosto 2017

Pasticcerie scomparse e telefonini sempre accesi


Immagine correlata

Uno dei miei ricordi d’infanzia è il gelato automatico della pasticceria Giglio in piazza Gramsci. Pasticceria storica, fondata nel 1956, che ancora resiste. Avrò avuto dodici anni la prima volta che ho sorbito quel gelato senza sapore che nel ricordo conserva mille sapori; niente a che vedere con il gelato artigianale del Pellegrini, l’automatico del Giglio era la cosa più industriale che si potesse immaginare, un gelato che scendeva rumoreggiando da un tubo meccanico, arricciolandosi grazie a un infernale macchinario simile a un robot. 

Gelato da fantascienza, crema e cioccolato gusti unici, ma a noi piaceva, era una sorta di gelato americano, molto tecnologico, ci faceva sentire come il primo uomo che da poco aveva messo piede sulla luna. Era un gelato moderno, economico, insipido ma intrepido, alla conquista del futuro. Niente palette di ferro e vaschette, solo un robot che dispensava gelato. 

Si va all’automatico? faceva parte del linguaggio di noi bambini anni Settanta, pure se con gli adulti diventata un anonimo andiamo alla pasticceria Giglio a prendere il gelato?. Non era la stessa cosa. I vecchi non capivano. Bisognava tradurre. Sì, proprio come oggi con i discorsi infarciti di tipo e piuttosto che, oppure di Ah, okay e pollici dritti, virgolette disegnate per aria e via col tango, con la differenza che oggi imparano anche i vecchi, ed è tristissimo vedere tanta uniformità di linguaggio. 

Ma l’argomento principale erano le pasticcerie, mi pare. Negli anni Settanta se ne contavano addirittura tre, tra corso Italia e piazza Gramsci: Pastori, Gioia e Giglio. Ma non bastava, c’erano pure il Biondi in Città Nuova, l’Amanti sotto i Portici e Romano in Città Vecchia, prima via Buozzi, quindi via Cellini, nei locali ristrutturati del mitico Vincitori, dove un tempo vendevano frutta, verdura e latte fresco. Negli anni Settanta c’era ancora la moda borghese di vestire bene la domenica e di portare le paste a casa dei futuri suoceri o dai genitori. Abitudini estinte, credo. Di sicuro si sono estinte le pasticcerie, ché resiste solo il Giglio in centro, chissà fino a quando, sopravvivono Biondi e Amanti, Nonno Gigi a Salivoli, erede del vecchio Magic Moment. Poco altro, credo, poi non è che siamo qui a fare il conto del catasto, stiamo scrivendo un racconto, dimenticarne una può capitare. 

Prosperano, invece, i negozi di telefonini, le rivendite di accessori telefonici e schede, le slot-machine, i Bingo Bar, i centri di tatuaggi, insomma diversi luoghi dove con modica spesa puoi dimenticarti di possedere un cervello. Negozi che incitano la cafoneria dilagante, sponsor di utenti che parlano a voce alta per strada sbraitando in un congegno elettronico, di individui che vivono on-line anche quando guidano, che non rivolgono parola a nessuno ma giocano con lo scrigno magico, che serve a tutto, dalle previsioni del tempo alle ultime notizie, passando per ricette mediche e farmaci taroccati a basso costo. 

E allora teniamoci telefoni che squillano acca ventiquattro - per usare un altro modo assurdo di parlare - nei luoghi più impensati. Teniamoci telefonini irritanti e tatuaggi cafoni che soppiantano pasticcini borghesi e cravatte eleganti. I tempi cambiano, gli stili si modificano, chiudono pasticcerie, non si trovano sarti, ma tutti siamo connessi, tutti siamo rintracciabili, in ogni istante della nostra vita. Per fare cosa, poi? Ah, saperlo…

Gordiano Lupi

Risultati immagini per Pasticcerie scomparse e telefonini sempre accesi

domenica 20 agosto 2017

Bologna, 9 settembre 2017 - DIFENDIAMO LA BIODIVERSITÀ DELLE AUTORGANIZZAZIONI POPOLARI


Risultati immagini per bologna campiaperti

I/le contadini/e biologiche/i hanno naturalmente una passione per gli ecosistemi e la biodiversità. E’ l’intero bosco e le infinite relazioni tra la miriade di organismi che lo popolano l’oggetto del nostro amore e non solo il singolo albero, per quanto maestoso e bellissimo possa manifestarsi. L’idea del super-organismo, della rete degli ecosistemi come espressione meravigliosa della vita sulla terra, da rispettare e accudire, è una delle concezioni più avanzate del nostro bagaglio culturale.

Questo nostro modo di pensare si riflette anche nel nostro modo di essere e nella nostra visione del mondo e in tante considerazioni politiche che facciamo.

CampiAperti è una realtà fatta di teste molto diverse l’una dall’altra. Malgrado questa disomogeneità abbiamo trovato il modo e l’equilibrio necessari per procedere compatti insieme e per costruire una comunità importante intorno al tema dell'autodeterminazione alimentare.

Per cui proponiamo qualche pensiero in questa direzione, quando finalmente un vento favorevole sembra aver iniziato a spazzare un poco della cappa asfittica che gravava, e tuttora grava, sugli spazi sociali bolognesi.
Il percorso di Crash negli ultimi anni visto da noi, dall’esterno, è stato estremamente interessante. L’aver fiancheggiato la lotta dei facchini ha rappresentato la rottura dell'omertà rispetto alle condizioni insostenibili di nuove categorie di sfruttati. L’aver promosso una realtà come Social Log ha permesso a centinaia e centinaia di persone di risolvere, seppur temporaneamente il drammatico problema della casa, e di creare una comunità pensante, resistente e combattiva sulla fondamentale questione del diritto dell’abitare.

Le battaglie di Crash e Social Log, sono battaglie che consideriamo anche nostre perché, pur occupandoci dell’universo della produzione agricola, abbiamo delle idee sulla questione casa: siamo convinti che tutti abbiamo diritto a un tetto sotto cui vivere. Le battaglie di Crash e Social Log ribadiscono, in maniera cristallina, questo sacrosanto diritto.

Sono ormai 15 anni che stiamo dentro XM24 e possiamo dire che conosciamo abbastanza bene questo spazio: la sperimentazione libera di libere forme di aggregazione è il motivo per cui amiamo quello spazio e lo consideriamo fondamentale per la città. La ciclofficina, la palestra popolare, la scuola migranti, l’hacklab… il mercato contadino sono idee e attività nate e cresciute nel fermento culturale di XM24 e successivamente riprese in molti altri contesti. Per cui dobbiamo essere grati a XM per aver accolto e promosso, con grande lungimiranza e generosità, questa miriade di laboratori sociali.

Abbiamo sempre guardato alla esperienza di Atlantide come estremamente interessante anche se non abbiamo avuto il tempo e l'opportunità di sviluppare assieme qualche bel progetto. Interessante perché anche e soprattutto tra loro sventola alta la bandiera per la difesa delle diversità.

Quando abbiamo iniziato a collaborare con Labas siamo rimasti da subito colpiti dalla grande tensione del collettivo rispetto all’apertura e alla ricerca di consenso dentro il quartiere. Questa tensione si è tradotta in una serie di azioni concrete che hanno prodotto un formidabile riconoscimento.

Ora, dopo l’insensato sgombero, il collettivo di Labas raccoglie meritatamente i frutti abbondanti di questo intelligente lavoro.

Tante realtà, tanti modi di fare politica, tanti punti di vista e tanti stili. Tutti importanti, nessuno più dell'altro perché tutti sono esperimenti, tentativi di trovare la strada che possa prefigurare un cambiamento sociale profondo. Questa è la tensione che ci accomuna tutte/i.

Ma nessuno, questo è chiaro a tutte/i, ha trovato questa strada in questo drammatico momento storico.
Quindi, nel cancan che è nato dopo gli sgomberi di Crash e Labas, ci sentiamo di fare un’esortazione a tutto il movimento bolognese: alziamo la posta e muoviamoci per riaprire tutti gli spazi sgomberati, difendere tutte le realtà che ancora resistono e rilanciare l’obiettivo di moltiplicare le esperienze di autorganizzazione popolare dentro e fuori le città.

Impariamo a riconoscere nella diversità una ricchezza e non un occasione di distinguo e di conflitto interno. Impariamo a gestire questa ricchezza.

Ora che i/le compagni/e di Labas hanno addosso i riflettori ci piacerebbe molto sentirli parlare dello sgombero di Crash, di Atlantide, e di tutti gli sgomberi abitativi dell’ultimo periodo. Ci piacerebbe che parlassero di XM24 nell’incontro previsto col sindaco. Pensiamo che Labas non desideri veramente “quattro mura per se in un deserto”.

Ci piacerebbe molto che tutti gli/le attivisti/e degli spazi autogestiti di Bologna sostengano ora la causa di Labas e di Crash, non solo delle esperienze a loro più affini ma anche di quelle meno affini.

Ci piacerebbe infine iniziare a portare avanti istanze unitarie non perché siamo uguali ma perché riconosciamo il valore della diversità contro l’omologazione imposta dal potere globale.

Se nei prossimi mesi faremo dei passi avanti non sarà perché avremo ottenuto uno spazio in più ma perché saremo riusciti/e ad affermare in ambiti sempre più ampi la necessità di luoghi e sistemi autogestiti.
Rifiutiamo le distinzioni che lor signori ci propongono negli editoriali dei giornali di merda.

Difendiamo il Bosco, non il singolo albero.

Autogestione! Resistenza!

CampiAperti -  "Germana e Carlo" - cfarneti@infinito.it



..........................


Bologna. Manifestazione contadina – Scrive CIR: “Bologna per il 9 settembre 2017 (https://labasoccupato.com/2017/08/16/riapriamolabas-grande-manifestazione-9-09-17-bologna/) manifestazione contro gli sgomberi. Appello a tutte le realtà nazionali ad essere presenti per uno spezzone contadino del corteo, considerando che con Labas è stato sgomberato anche un mercato contadino autogestito...”

venerdì 18 agosto 2017

San Cesario sul Panaro - Il miracolo del 18 agosto 2017, con Ginevra Di Marco


Risultati immagini per San Cesario sul  Panaro ginevra di marco
Ancora una volta  il miracolo si è ripetuto

Ormai quando arriva lo fiuto nell'aria e, complice feisbuk, avevo saputo già da giorni che sarebbe arrivata proprio vicino a casa mia, a San Cesario sul Panaro, nell'ambito del festival "Arcipelaghi Sonori" del 18 agosto 2017. Poi quando lei arriva si instaura una specie di tam-tam: gli amici che ormai come me, la conoscono, cominciano a mandare sms e mail e a scambiarsi la notizia e un "Ci sei?", come se un dono prezioso fosse lì a disposizione di tutti e.... come non approfittarne? Ma mi rendo conto di non averla ancora nominata, lei è Ginevra Di Marco. Suoi complici insostituibili sono Francesco Magnelli marito, manager e tastierista e Andrea Salvadori, virtuoso chitarrista.

Sono stati preceduti da un bravo e simpatico gruppo rumeno, quattro donne, due giovani, due più anziane, con delle voci potenti e acute e abiti caratteristici, che hanno eseguito innumerevoli brani tradizionali con grande slancio e apprezzamento da parte del pubblico, che è stato anche invitato a fare qualche passo di danza sulla pista da ballo antistante il palco. 

Anche Ginevra è andata a ballare. Questa pista da ballo aveva però il neo di "mantenere le distanze" tra i musicisti ed il pubblico ed io, che ci vedo sempre peggio, ne ho risentito molto durante lo spettacolo. Inoltre ormai, con la mia macchinetta fotografica mi sto lanciando a fare qualche brevissimo video, ma in questa occasione, un po' la distanza, un po' la scomodità, un po' che ho preferito guardare lo spettacolo senza il disagio di avere in mezzo il dispositivo, ho ripreso ben poco. Ma le emozioni provate non hanno bisogno, per essere riportate alla coscienza, di filmati.

Sono stati eseguiti molti brani dell'ultimo lavoro, come sempre negli ultimi loro concerti, brani che ormai amo e che, se avessi la memoria dei sedici anni, conoscerei a menadito, tanto spesso li ho ascoltati in questi ultimi mesi anche dal cd.

E all'inizio, questa distanza, anche fisica, si faceva un po' sentire, ma via via, l'atmosfera si è riscaldata, soprattutto, per me,con la classica "Gracias a la vida". 

Dopo aver partecipato anche al canto di "Todo cambia" su invito di Ginevra, il pubblico è stato sollecitato ad avvicinarsi, per i tre pezzi del bis richiesti a gran voce. Sono stata pronta ad andare in prima fila, proprio di fronte a lei, che mi pare sempre più bella ed espressiva. E così tutti, ognuno per quel che sapevamo e potevamo, abbiamo avuto il piacere di cantare "Amandoti", "Malarazza" (pezzi più datati) e "Solo le pido a Dios". 

Dopo i calorosi applausi e la gioia condivisa, la gente a mano a mano se ne è andata. Sono rimasta lì ancora un'oretta e dopo aver acquistato il dvd dello spettacolo con Margherita Hack, essermi ancora complimentata con Ginevra per l'emozione che riesce sempre a suscitare e aver scambiato qualche parola con Francesco sul mio desiderio (o sogno?) di farli venire ad esibirsi a Treia me ne sono andata ed ho ancora avuto in mente le note e le parole ascoltate finché non mi sono addormentata...

Caterina Regazzi

Risultati immagini per caterina regazzi


A Dio chiedo soltanto
che il dolore non mi sia indifferente
che l'arida morte non mi colga
vuoto e solo, senza che io abbia fatto abbastanza”
da “Solo le pido a Dios”


giovedì 17 agosto 2017

Consigli sintetici sul cosa fare in caso di attacco nucleare

Cosa fare prima di un attacco nucleare:
Fare scorta di cibo a lunga scadenza, procurarsi una o più lampade portatili a pile (con batterie di riserve) o a carica manuale. Può convenire preparare due kit, uno più grande, per il posto di lavoro, l’altro, portatile, da tenere in macchina in caso di evacuazione
Elaborare un piano di comportamento per la propria famiglia in caso di emergenza atomica. Al momento dell’attacco i membri della famiglia possono trovarsi in posti diversi, perciò occorre decidere in anticipo come comunicare e dove ritrovarsi
Informarsi sui rifugi antiradiazioni più vicini. Se non ce ne sono, fare un elenco dei luoghi che potenzialmente potrebbero servire a questo scopo: scantinati, oppure stanze senza finestre situate ai piani di mezzo degli edifici più alti.
Come comportarsi durante un attacco nucleare:
Siate psicologicamente preparati a dover rimanere al riparo per almeno un giorno o comunque fino a quando le autorità non vi daranno il via libera ad uscire
Non appena le autorità hanno provveduto a diramare l’avviso di un imminente attacco, occorre trovare quanto più rapidamente possibile riparo in un edificio chiuso, meglio se in mattoni o cemento armato
Ascoltare le informazioni ufficiali online, alla radio o in tv e seguire le istruzioni diramate dagli organi di soccorso
Se trovate sul vostro cammino uno scantinato o un locale chiuso e riparato entrateci subito
I due luoghi migliori dove trovarsi al momento di un attacco sono o sottoterra o al centro di un edificio alto.
E’ essenziale che tra voi e le sorgenti di radiazioni vi sia quanto più possibile un “guscio” di cemento, mattoni o terreno
Come reagire se siete all’aperto al momento dell’esplosione di una bomba atomica?
Non guardate in nessun caso l’esplosione. Il bagliore potrebbe accecarvi
Riparatevi dietro qualunque oggetto che in quale modo possa proteggervi dall’onda d’urto
Buttatevi a terra e copritevi la testa. L’onda d’urto potrebbe investirvi in 30 secondi dall’esplosione
Anche se vi trovate a molti km di distanza dall’epicentro dell’esplosione nucleare mettetevi al riparo il più presto possibile. Il vento può trasportare le particelle radioattive fino a centinaia di kilometri di distanza
Se al momento dell’esplosione, o subito dopo, siete in strada cercate di proteggere il vostro corpo dal materiale radioattivo
Toglietevi i vestiti, per evitare di veicolare le particelle radioattive. Soltanto togliendosi la giacca, ci si può liberare di quasi il 90% delle particelle radioattive
Se ne avete la possibilità sigillate in un sacco di plastica i vestiti radioattivi e marchiatelo
Non grattatevi e non strofinate la pelle contro niente
Fatevi una doccia, lavate i capelli con lo shampoo ma non usate balsamo
Radiazioni. Come difendersi?
La quantità di precipitazioni radioattive dipende in misura diretta dalla potenza della bomba e da quanto vicino alla superficie della terra è esplosa
Prima di uscire dai rifugi occorre aspettare le comunicazioni delle autorità per sapere dov’è possibile andare e quali luoghi è meglio evitare
Non dimenticarsi che le radiazioni sono invisibili. Non si vedono, non si annusano e non si riconoscono con nessuno dei cinque sensi.
………………………..

mercoledì 16 agosto 2017

Rispettare i diritti di tutti gli animali...


Risultati immagini per rispettare gli animali

Dobbiamo fare qualcosa, non solo per evitare l’uccisione sconsiderata degli animali selvatici ma per proteggere tutti gli animali dalla disumanità dell’uomo.

Come accettare le batterie di galline imprigionate e incastrate in spazi angusti con il solo spazio per beccare e deporre le uova, il macello degli animali da carne con metodi privi di cura, di attenzione e di umanità, l’abbandono degli animali di compagnia e tutta la serie di malvagità contro gli animali che ci nutrono, ci aiutano, ci servono in tutti i modi, ci accompagnano e ci proteggono su tutto il percorso della nostra vita su questa Terra? I diritti degli animali devono essere iscritti nella nostra Costituzione ed entrare a far parte delle nostre abitudini, comportamenti e costumi nella quotidianità, in assenza delle misure appropriate in questo senso non possiamo considerarci un Paese civile.

Peraltro, i prodotti dell’allevamento e dell’agricoltura dovrebbero tornare nelle mani esclusive di allevatori, agricoltori e contadini, destinati all’esclusivo commercio di prossimità ed essere sottratti alle speculazioni, al sistema della grande distribuzione che acquista dagli agricoltori a prezzi ridicoli e rivende i prodotti, non più freschi e frigoriferati, a prezzi decuplicati. Per ragioni di giustizia sociale, di equità e di salute pubblica i prodotti agricoli dovrebbero passare direttamente dal produttore al consumatore. Dobbiamo riflettere e agire per mettere in piedi un sistema equo e giusto al fine di salvaguardare l’agricoltura e il lavoro di agricoltori e allevatori  e nel contempo proteggere la salute pubblica.

Anna Maria Campogrande

Risultati immagini per Anna Maria Campogrande

..................

Integrazione di Marinella Correggia: 

Dar da bere agli assetati (anche quelli selvatici)
In un’estate calda e riarsa,  dissetare anche gli animali che non sono di nessuno è un gesto di primo soccorso alla portata di tutti.
Su una finestra o un balcone di città come in un giardinetto pubblico, vicino a un orto di campagna come al limitare di un bosco: una ciotola, una bacinella, un piattino con l’acqua possono fare la differenza fra la vita e la morte per volatili di ogni taglia e animali di terra selvatici o abbandonati. Un’amica nelle campagne senesi fa qualcosa in più: sparge nottetempo il compost di casa nel campo (anziché affidarlo alla compostiera), affinché gli animali erranti abbiano anche cibo, ugualmente non facile da trovare quando la natura langue come in questi mesi. Infatti la mattina non ce n’è più traccia…
Nel diciottesimo secolo, nella città di Trieste, un editto imponeva ai proprietari di botteghe e officine di tenere fuori dalla porta un recipiente di acqua monda affinché i cani vaganti potessero dissetarsi.

Marinella Correggia (Torri in Sabina)

Immagine correlata

.....................

Commento di Paolo D'Arpini: 

"Grazie ad Anna Maria ed a Marinella  per l'intervento. Da molti anni (sono vegetariano dal 1973)… ho vissuto in prima persona la lotta contro la crudeltà gratuita soprattutto verso gli animali da macello, quelli degli allevamenti intensivi in particolare. Vorrei far sapere che il nostro Circolo Vegetariano VV.TT. sin dai primi anni ‘80 del secolo scorso si è battuto per l’equiparazione degli erbivori agli animali da compagnia, con una specifica petizione presentata anche alla Presidenza della Repubblica, purtroppo senza esito" (P.D'A.)

Risultati immagini per paolo d'arpini