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In movimento per ecologie, vivere insieme, economia sostenibile, bioregionalismo, esperienza del se' (personal development).

giovedì 1 dicembre 2016

Grottammare - "Gregari - Per fame, per passione" - Recensione


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OFFICINA TEATRALE 2016/17
 Vincenzo Di Bonaventura
Di MARTE-Dì

“GREGARI”
di Matteo Bacchini
(I° Premio Giuria Corti Teatrali, concorso “M’hai detto, mai detto”)

Associazione Culturale Blow Up
DEP ART  Piazzale Stazione FF SS  -  Grottammare  -  29  novembre 2016  h21.15

Per fame, per passione

       Le premesse ci vogliono, esordisce Di Bonaventura attore-solista. Specie per questo originalissimo “Gregari” e - rifletto - per chi come me usa la bici solo come affettuoso domestico arnese da carico, per il combattimento quotidiano.
       Perchè Matteo Bacchini da Parma – scrittore e autore teatrale pluripremiato, tradotto e rappresentato oltreconfine, ma anche bracciante disoccupato che stagionalmente raccoglie pomodori (li pummadòre nell’abruzzese di Vincenzo) - in questo “monologo a più voci” disegna un ciclismo a suo modo epico, sicuramente estinto. Quello dei Giri d’Italia in cui le bici non erano astronavi e i ciclisti non vestivano come alieni, in cui per cambiare marcia si toglieva e rimontava al contrario la ruota posteriore e i rapporti erano solo due e il doping degli atleti era una “cicaronata” di caffè per “rinforzino”; e intorno quelle pubblicità “primitive”, Cucine Scic, Molteni ecc. 
Gli anni Quaranta e Cinquanta, insomma. E Fausto Coppi. E i gregari, con il compito di “gestire il vento” perché i campioni, che in pianura non stavano mai davanti, potessero risparmiare energia.
       Alla premessa appartengono anche i filmati dell’Istituto Luce sul fondo (immagini introvabili, in sgranato bianco/nero, stasera senz’audio: i funerali di Coppi nel ’60, le tappe, i trionfi, le pose di gruppo) e il ricordo di quelle figure - i gregari - che tali erano spesso per fame, per mestiere che diventava passione, in un’Italia povera e coraggiosa che somiglia così poco alla nostra di oggi arcigna e triste, senza eroi e affollata di cupe marionette.
     Ricorre, il tema della fame: anche stasera dopo Canale Mussolini e quei Peruzzi di Codigoro che “Siamo venuti giù per la fame. E perché se no?”; e le biciclette anche lì, due: pesanti e i copertoni consumati, dello zio Pericle e dello zio Temistocle che ci hanno messo cinque o sei giorni e “una pedalata appresso all’altra sono arrivati a Roma[…] mica come il Giro d’Italia adesso […] a sessanta all’ora di media con l’eritropoietina”.
       Unico arredo di scena, stasera, la vecchia ancor valida COLUMBUS modificata da 13 chili di Vincenzo: accompagna l’attore nel suo calarsi dentro la memoria dell’ex gregario che oggi allena ragazzi indisciplinati (…scarica il 16, alè, alè, Martinez, ‘sti spagnoli sono terribili..) e tra un urlaccio e l’altro riprende il filo del discorso (dov’è la telecamera? ah sì…). Fluisce il ricordo del gregario al tramonto e voci e immagini s’incrociano da ogni dove, storie di speranze e fatiche, storie dissacranti e generose, di sconfitte e grandezze. Storie tragiche. Sul Mont Ventoux senza pietà, pelato e col sole a picco, e gli stranieri avanti a forza di eritropoietina e noi italiani niente, proprio niente… (mica come oggi drogati in maniera “cosmogonica”) e Simpson che spinge da matti col “50” e sorpassa e cade, è morto, el cor s’è s-cioppa’… Inglese era inglese, ma boia d’un mondo lo diceva in italiano, el gavea i cavei giai e gli ochi ciari, ed è morto.
       E le ispirate cronache di Carosio, sugli atleti in piedi sui pedali senza toccare sella come angeli: macchè, Carosio, è solo “mal de ciapp”! E il Barigazzi, con quella dissenteria da overdose di ciliegie, che lo si dovette coprire con una mantella perché non si notasse niente. E l’allenatore cieco ("ma solo dagli occhi”), il Cavanna, massaggiatore di Coppi - a prima “vista” ne capì la forza - che pare guardarci dalle foto sbiadite dietro gli spessi occhiali neri.
       E gli “angeli di Coppi”: storie di gregari, gente per bene e valorosi sportivi, storie di lealtà e di modestia, di amicizia. Carrea dal naso grande come un campanile, che al Tour del ’52 non s’accorge d’aver vinto la maglia gialla e se ne torna in hotel, dove lo ripesca un gendarme per portarlo alla premiazione, e che a Coppi dice “Questa maglia non mi spetta”; e che dopo il ritiro ha sempre scalato in solitaria, quasi mai riconosciuto, l’Alpe d’Huez - “un pellegrinaggio”- poco prima di ogni Tour; Gismondi testimone di nozze e fedelissimo al suo capitano (“cosa vale aver corso bene se a Fausto è andata male?”); Ettore Milano al quale Coppi negli ultimi istanti d’agonia chiede “dammi un po’ d’aria”.
       E Coppi, soprattutto, all’inizio gregario anche lui, di Bartali, per 700 lire al mese: “l’airone”, perché proprio un airone sembrava, quel suo torace a punta, le gambe lunghe fino a qua, quando si alzava sulla sella.
       Il primo Giro vinto a 21 anni nemmeno, due anni dopo il record dell’ora - 48 di media - al velodromo Vigorelli di Milano e subito la partenza per la guerra in Africa (dove si allenava in caserma); il suo mito che cresce, la sua storia che diventa leggenda, Giro e Tour vinti nello stesso anno; le vittorie e le tragedie (la morte in corsa del fratello Serse); le cadute e le fratture in quella macchina perfetta e fragile che era il suo fisico; la voglia di tornare a casa e il rialzarsi, le sfide con Bartali a cui regala il televisore per il compleanno; l’indimenticabile sfida allo Stelvio col favorito, l’azzimato svizzero Koblet (e il gregario che fa la spola avanti e indietro a “spiare”: Koblet ha le occhiaievaiKoblet sta sudando, vai, vai!). 
     Poi le vicende private che diventano pubbliche, lo scandalo, la ferocia di un’Italia pretigna e democristiana, truce e  moralista che lo condanna e lo sbrana, e quel “tramonto così lento da sembrare eterno”. Il viaggio in Africa, infine, dal quale torna malato; lui così fuori dal comune, con 38 battiti al minuto e la capacità polmonare di 7 litri e mezzo, “morto di respiro”: di malaria mal curata, e mentre Geminiani in Francia guarisce (ma col chinino) della stessa malattia e il fratello di lui invano telefona ai medici di quaggiù perché lo curino così e così, Coppi muore alle 8.45 di quel 2 gennaio all’ospedale di Tortona. E quella cartolina Saluti. Fausto che arriva la settimana dopo. “Il grande airone ha chiuso le ali”, scriveva Orio Vergani sulla Gazzetta dello Sport, e cinquantamila persone lo accompagnavano sgomente nell’ultimo saluto, a Castellania. Aveva 40 anni.
      Circa mille parole fin qua per raccontare qualcosa di questa sera preziosa, faticosa e sudata per il nostro Di Bonaventura nonostante il freddo. Pensare che loro, gregari e campioni, ne facevano pure mille, ma di chilometri, in neanche tre giorni.

 Sara Di Giuseppe     faxivostri.wordpress.com  /  letteraturamagazine.org

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mercoledì 30 novembre 2016

CARATTERI DELL’ILLUMINISMO DEL ‘700: MONTESQUIEU E VOLTAIRE


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In altri interventi ho schematicamente descritto il grande sviluppo della scienza nell’Inghilterra del ‘600, che ebbe il suo massimo esponente in Newton, a cui si accompagnò uno sviluppo parallelo della moderna filosofia empirista, di cui John Locke fu massimo rappresentante.

Questi sviluppi coincidevano con i progressi sociali e politici di nuovi strati borghesi, alleati a settori della piccola nobiltà di campagna, che si erano estrinsecati nel successo delle due rivoluzioni del 1641-49 e del 1689 e nell’instaurazione di una monarchia costituzionale ispirata ad un’ideologia liberale, di cui era stato massimo teorico lo stesso Locke.

Nel ‘700 il Regno Unito britannico (che comprendeva anche la Scozia e l’Irlanda) si stava adagiando su un compromesso tra la borghesia in rapida ascesa, la nuova nobiltà e la monarchia, rifuggendo da nuovi sussulti rivoluzionari. Si poté assistere in campo filosofico ad un ulteriore sviluppo dell’empirismo, che ebbe come figura di rilievo George Berkeley e come suo massimo esponente  David Hume, uno dei maggiori pensatori del ‘700. Contemporaneamente si scatenava un vivace dibattito ad opera dei “deisti” che contestavano i dogmi religiosi tradizionali da un punto di vista razionalista, anche senza sfociare nell’ateismo.

Gli echi di questo nuovo clima culturale raggiunsero altri paesi europei, ed in particolare la Francia dove il grande sviluppo della borghesia trovava però ostacoli nel permanere di una monarchia assoluta, di un’aristocrazia ancora potente ed di una Chiesa intransigente. Il vasto movimento culturale che sorse in vari paesi europei (anche in Italia, con massimi centri a Milano e Napoli) prese il nome di “Illuminismo”, perché gli intellettuali che ne facevano parte volevano recare il lume della ragione ai popoli avvolti nell’oscurità. In Francia, viste le condizioni politiche del paese, il movimento, pur facendo in larga parte riferimento alla filosofia di Locke e Bacone ed alle teorie di Newton, assunse un carattere in gran parte politico-culturale teso a contestare l’autoritarismo ed i privilegi del regime vigente e l’intolleranza ed il dogmatismo della Chiesa Cattolica. 

Il movimento non assunse mai una carattere rivoluzionario, ma piuttosto riformatore, scontrandosi a volte con la repressione di regime, ma anche talvolta appoggiandosi al cosiddetto “dispotismo illuminato” e riformatore sviluppato da alcune monarchie, come quella di Federico II in Prussia e Carlo III a Napoli. Il movimento è stato fondamentale per la nascita del mondo contemporaneo europeo (e non solo), ma lavorò più a livello divulgativo e polemico che con una profondità di pensiero e rilevanza scientifica paragonabili alla filosofia ed alla scienza del ‘600.

Tra i primi pensatori dell’illuminismo in Francia vi fu il barone Montesquieu (1689-1755), il cui pensiero essenzialmente politico e moderato si esplicò attraverso opere  quali le “Lettere Persiane” del 1721, in cui dei presunti viaggiatori persiani criticano le istituzioni francesi. Montesquieu fu particolarmente attento allo studio delle influenze ambientali sulle istituzioni di un paese. Il suo capolavoro è “Lo Spirito delle Leggi” del 1748 in cui espone il suo noto progetto riformatore di divisione dei poteri: legislativo, esecutivo e giudiziario.

Personalità centrale dell’illuminismo francese ed europeo fu indubbiamente Francois Marie Arouet  (1694-1778), noto col soprannome di Voltaire. Di origini borghesi, fu  anche imprigionato in gioventù, e costretto a fuggire da Parigi, ma poté poi godere della protezione dell’intelligente e colta amante ufficiale del re Luigi xv, madame Pompadour, e del re di Prussia Federico II presso la cui corte si stabilì per molti anni, dopo essere stato anche per tre anni in Inghilterra. Con la collaborazione della compagna, marchesa di Chatelet, donna altrettanto colta ed intelligente, Voltaire polemizzò efficacemente contro i dogmi ecclesiastici e l’intolleranza politica e religiosa (ma da posizioni “deiste”, e non atee). Criticò sia la filosofia di Cartesio che quella “ottimistica” di Leibnitz, considerate dogmatiche e metafisiche, non adeguate al mondo moderno. Fu invece un accanito sostenitore e divulgatore del pensiero scientifico e della metodologia scientifica di Newton, anche se mantenendosi a livelli superficiali, non essendo in grado di approfondirne a pieno la problematica. Nei prossimi numeri vedremo come altri pensatori dell’illuminismo francese approfondirono maggiormente tematiche legate all’apprendimento ed alla ricerca scientifica.

Vincenzo Brandi

lunedì 28 novembre 2016

Scoperta una immagine ipotetica di Dante Alighieri - "Non era brutto"


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Negli anni 80 una discendente Francese dei Merovingi lasciò una cospicua eredità al suo maggiordomo Egiziano, tra i tanti beni ereditati vi era una tavola risalente al 1470 su cui era stato incollato un affresco del trecento raffigurante un bel giovane con addosso la classica tunica che indossa Dante Alighieri nelle sue rappresentazioni delle varie epoche. Come dobbiamo immaginarci l’autore della Divina Commedia.  Qual era il suo vero volto? 

Come infatti non conosciamo la sua scrittura, non possedendo neanche un suo autografo, tutto ciò che sappiamo del suo viso ci giunge da ritratti di seconda mano, in particolare quello di Boccaccio, che ce lo descrive così: Il suo volto fu lungo, e il naso aquilino, e gli occhi anzi grossi che piccoli, le mascelle grandi, e dal labbro di sotto era quel di sopra avanzato».I ritratti successivi dei pittori si sono per gran parte ispirati a questo, spesso però esagerando i particolari fino a forme quasi caricaturali. Il primo ritratto pittorico, invece, è quello di scuola giottesca al Palazzo del Bargello di Firenze. 

Mentre Boccaccio, che non aveva conosciuto personalmente Dante, aveva tuttavia “intervistato” molti che lo avevano incontrato, il ritratto del Bargello può avvicinarsi al volto originale soprattutto se lo ha abbozzato Giotto in persona (che lo vide personalmente), il che non si sa quanto sia probabile.


Qualche anno fa al Laboratorio di realtà virtuale nella sede di Forlì della Facoltà di ingegneria dell’Università di Bologna, sotto la guida del prof. Gruppioni, si è ricostruito quello che dovrebbe essere il vero volto di Dante, e la sorpresa non è stata poca: ne è risultato un viso non come quello dei ritratti usuali. Le mascelle risulterebbero senza il mento da strega di Benevento dei ritratti più diffusi. Il naso prominente, in realtà col setto nasale deviato .Come dobbiamo immaginarci l’autore della Divina Commedia? Qual era il suo vero volto? .Come infatti non conosciamo la sua scrittura, non possedendo neanche un suo autografo, tutto ciò che sappiamo del suo viso ci giunge da ritratti di seconda mano, in particolare quello di Boccaccio, che ce lo descrive così: -Il suo volto fu lungo, e il naso aquilino, e gli occhi anzi grossi che piccoli, le mascelle grandi, e dal labbro di sotto era quel di sopra avanzato-.

I ritratti successivi dei pittori si sono per gran parte ispirati a questo, spesso però esagerando i particolari fino a forme quasi caricaturali. Il primo ritratto pittorico, invece, è quello di scuola giottesca al Palazzo del Bargello di Firenze. Mentre Boccaccio, che non aveva conosciuto personalmente Dante, aveva tuttavia “intervistato” molti che lo avevano incontrato, il ritratto del Bargello può avvicinarsi al volto originale soprattutto se lo ha abbozzato Giotto in persona (che lo vide personalmente), il che non si sa quanto sia probabile.


Qualche anno fa al Laboratorio di realtà virtuale nella sede di Forlì della Facoltà di ingegneria dell’Università di Bologna, sotto la guida del prof. Gruppioni, si è ricostruito quello che dovrebbe essere il vero volto di Dante, e la sorpresa non è stata poca: ne è risultato un viso spigoloso sì, ma non quanto quello dei ritratti usuali. Le mascelle senza il mento prominente dei ritratti più diffusi. Il naso imponente , in realtà col setto nasale deviato non era tanto aquilino .Come sono arrivati Gruppioni & soci a restituirci quello che secondo loro sarebbe il volto di Dante? Si sono basati sugli studi di Fabio Frassetto, antropologo dell’Università di Bologna che, in occasione del sesto centenario della morte del poeta (1921), aveva effettuato rilievi sulle sue ossa, conservate a Ravenna. Dal calco del calvario (la mandibola è andata perduta), ricostruito sulla base delle sue misurazioni dallo stesso Frassetto, Gruppioni ha realizzato un modello completo del cranio di Dante. E Francesco Mallegni dell’università di Pisa, esperto nella ricostruzione facciale, ha utilizzato il modello per realizzare un fac-simile del probabile volto di Dante. 

È attendibile questa ricostruzione? Per rispondere a questa domanda bisognerebbe riaprire la tomba, e datare le ossa di Dante, che erano sparite nel 1509 e furono casualmente ritrovate solo nel 1865, durante lavori di restauro del vecchio sepolcro. Se le ossa sono trecentesche (e non si tratta di una bufala ottocentesca), Dante somigliava ai ritratto che vedete sopra all’età all’incirca di trent’anni.La tavola che lo riproduce giovane e bello risale ad un affresco del 1309.


A questo punto, se la notizia è attendibile, si colloca con le maggiori probabilità di verosimiglianza il viaggio a Parigi di cui parlano Giovanni Villani e Boccaccio, Trattatello A 75 = B 56 (“se n’andò a Parigi; e quivi tutto si diede allo studio e della filosofia e della teologia”): dopo la caduta delle aspettative riguardo a Firenze (e comunque almeno dopo l’inizio della composizione del Convivio, che in I iii 4 parla solo di peregrinazioni per l’Italia e non per paesi stranieri) e prima del sorgere delle nuove speranze legate a Enrico VII. 

Del soggiorno parigino, e soprattutto di una qualche forma di frequentazione del locale ambiente universitario, resterebbe traccia nella menzione del “Vico de li Strami” (cioè rue de la Fouarre, dove si esercitava l’insegnamento delle Arti) in Pd X 137. Ma si può ipotizzare che in realtà, come altri fuorusciti, abbia trovato riparo ad Avignone.

Gilberto Di Benedetto

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Immagine inedita supposta  di Dante Alighieri

domenica 27 novembre 2016

Fidel Castro vivrà per sempre


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"I cubani sono sempre stati solidali con tutti i popoli del mondo che hanno lottato contro l’oppressione e lo sfruttamento, soprattutto in America Latina e in Africa!” (Ismael Francisco, Cuba Debate)

Abbiamo perso Fidel. Abbiamo conquistato una storia di esempi e saggezza.

La storia di Fidel è indescrivibile, non possiamo raccontarla in poche parole. E quindi voglio dare solo una testimonianza.

Fidel ha usato tutta la sua intelligenza, le sue conoscenza, la sua capacità di leader e la sua totale dedizione per costruire nel corso di 60 anni un popolo unito e organizzato, divenuto imbattibile nell’affrontare le forze economiche e militari più forti del XX secolo: il capitale degli Stati Uniti.

Durante tutti questi anni, il popolo cubano ha saputo affrontare le peggiori avversità, sia quelle naturali: gli uragani, le tempeste, la perdita dei raccolti, sia quelle legate all’inaccettabile blocco economico. Cuba ha sostenuto una guerra permanente, compresa l’invasione militare del 1961 della Baia dei Porci.
Hanno affrontato le difficoltà legate a una società con forti limiti nella produzione dei beni materiali, che aveva un’eredità coloniale di estrema disuguaglianza, di lavoro schiavo, della monocultura della canna e di soggezione culturale.

Hanno affrontato i momenti peggiori di un paese periferico dipendente dalla geopolitica mondiale. Hanno vinto tutte le battaglie. Hanno costruito una società che cerca con forza l’uguaglianza dei diritti e delle opportunità tra tutti i cittadini.
Hanno sconfitto l’ignoranza e si sono trasformati nel paese con il più alto indice di scolarizzazione del mondo.

Hanno prodotto una medicina preventiva, umanitaria e solidale che ha inviato più di 60.000 medici in quasi tutti i paesi del mondo, superando il numero di medici inviati nel mondo da tutti gli altri paesi e dagli organismi internazionali messi insieme.

E hanno inviato da noi, in Brasile, 14.000 medici perché 44 milioni di brasiliani poveri potessero avere, per la prima volta in vita loro, cure mediche preventive e di qualità.

Sono sempre stati solidali con tutti i popoli del mondo che  hanno lottato contro oppressione e sfruttamento, soprattutto in America Latina e in Africa.

Il nostro movimento, il Movimento dei Lavoratori Rurali Senza Terra, ha ricevuto permanente solidarietà e appoggio dal popolo cubano, attraverso le loro scuole tecniche, la Scuola Latino-americana di Medicina (Elam), dove si sono formati centinaia di giovani poveri brasiliani. Ha ricevuto l’esperienza e il metodo di alfabetizzazione degli adulti ( Si, io posso1).

Abbiamo costruito insieme le organizzazioni internazionalli dei movimenti: Via Campesina; l’Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America (ALBA); l’Incontro mondiale con il Papa. Abbiamo collaborato con i contadini cubani dell’Associazione nazionale dei piccoli contadini (Anap) e con i tecnici dell’Agroecologia dell’Associazione Cubana dei tecnici agricoli e forestali (ACTAF); con la Centrale dei Lavoratori di Cuba (CTC), con il Centro  Martin Luther King, etc.

Ma, soprattutto, abbiamo imparato molto dall’esempio di costanza nella lotta.

Abbiamo partecipato attivamente, con il popolo cubano, alla campagna contro l’ALCA (Area del Libero Commercio delle Americhe) e contro il dominio dell’impero sull’America Latina.
E Fidel è sempre stato organizzatore e ispiratore di tutto il popolo.
Non è questo il luogo per esaltare le qualità personali di questo personaggio eccezionale, dello statista e del saggio stratega politico.
Voglio solo sottolineare per i nostri militanti il suo esempio rispetto a due aspetti fondamentali della vita.

Il primo è l’amore per lo studio

Fidel è stato sempre un propagandista dell’importanza dello studio, della conoscenza scientifica, dell’educazione liberatrice. Ha studiato sempre, da quando era giovane agli ultimi giorni. Diceva: “Solo la conoscenza libera realmente le persone!” ripentendo ciò che aveva affermato il suo ispiratore Jose Martí.

Ed è stato sempre insieme al suo popolo, in ogni momento, il primo della fila, in tutte le situazioni di difficoltà: nella guerra, nell’organizzazione della produzione e della conoscenza. Non ha risparmiato le forze e ha sempre dato l’esempio dello spirito di sacrificio. E’ stato un uomo geniale per le sue idee e la sua coerenza. Ci ha lasciato un’eredità splendida, cioè il suo esempio da seguire.

 Viva Fidel! Fidel vivrà per  sempre!


Articolo di João Pedro Stedile che ricorda le conquiste della rivoluzione per il popolo cubano e gli oppressi di tutto il mondo

venerdì 25 novembre 2016

Bologna, 26 novembre 2016 .- Las Madres Poesie e racconti delle Madri di Plaza de Mayo

Las Madres
Poesie e racconti delle Madri di Plaza de Mayo
las madres
Voci recitanti: Simona Sagone, Patricio Lolli
Fisarmonica: Salvatore Panu
Ballerini: Styliana Scarlatti, Patricio Lolli

Sabato 26 novembre 2016, ore 21
Villa Benni, Via Saragozza 210, Bologna

Il primo nucleo di questo spettacolo, a cura dell’Associazione Culturale Youkali, è nato all’interno del programma di Festa della Storia 2007 da un’idea del regista argentino Carlos Branca in occasione delle celebrazioni in onore dell'arrivo a Bologna della Presidente delle Madri di Plaza de Mayo, Hebe Maria Pastor de Bonafini il 17 ottobre 2007 per il conferimento della Laurea ad Honorem alle Madri di Plaza de Mayo. Las Madres è dedicato alla memoria degli oltre 30.000 argentini desaparecidos negli anni tra il 1976 e il 1983 e alla lotta per la verità sulla sorte dei loro figli, combattuta dalle Madri.

Gli attori proporranno al pubblico poesie e racconti scritti dalle Madri di Plaza de Mayo in occasione di un laboratorio di scrittura. I testi, nati dall'esigenza di dare parole ai sentimenti contrastanti che albergavano nei cuori di queste coraggiose donne, sono diventati un prezioso dono a tutte le donne e gli uomini del mondo: un messaggio di speranza e una testimonianza di come sia possibile e anzi necessario saper trasformare la rabbia e il dolore in vita e in lotta per la libertà e la verità. Oltre alle poesie scritte dalle Madri anche alcune canzoni argentine sul tema della memoria.

Perchè “Le Madri”?
Le Madri di Piazza di Maggio sono le ambasciatrici nel mondo della lotta e dei valori dei loro figli, assassinati e fatti scomparire perchè volevano un mondo migliore. Hanno trasformato lo strappo lacerante della perdita del loro bene più grande in lotta: con il loro coraggio, la loro perseveranza e la loro tenacia hanno fatto sì che i crimini terribili di cui si è macchiata la dittatura militare che ha usurpato il potere in Argentina in quegli anni venissero conosciuti in tutto il mondo ed alcuni dei colpevoli finalmente processati e puniti. Il loro grande desiderio di giustizia ha fatto in modo che gli orrori subiti non venissero nascosti e tanto meno dimenticati. Perchè solo dalla conoscenza reale e successiva denuncia dei  fatti può nascere la speranza che crimini tanto orribili non si ripetano mai più.
 Carlos Branca Regista Argentino
Prenotazione richiesta al 3334774139 

giovedì 24 novembre 2016

Passignano sul Trasimeno, 8 e 10 dicembre 2016 - Arte del Processo prima di decidere


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A dicembre 2016 inizierà il nuovo anno della Scuola di Arte del Processo con un seminario residenziale presso il Centro Panta Rei a Passignano sul Trasimeno. È ancora possibile iscriversi all'intero anno, ma per chi è curios* di capirne un po' di più sull'Arte del Processo prima di decidere, il seminario è aperto a tutt* dall'8 al 10 dicembre!
A questo link trovi tutte le informazioni sull'anno 2016/2017 della scuola. Vuoi iscriverti? Compila il modulo on line per iscriverti all'intero anno o per il singolo seminario: https://artedelprocesso.com/ - Presto anche maggiori informazioni sull'accreditamento ECM dei nostri seminari!

...Ma chi saranno gli insegnanti di questo primo seminario?
Peter Ammann è psicologo, diplomato in Processwork  alla Research Society for Process Oriented Psychology of United Kingdom (RSPOPUK) di Londra di cui è anche membro di facoltà e psicoterapeuta accreditato UKCP. Esercita a Londra dove attualmente vive e tiene lezioni e seminari in vari paesi europei.

Abbiamo intervistato Peter sul lavoro con gli stati remoti di coscienza: trovi il video a questo link. Gill Emslie, diplomata in Processwork, è una facilitatrice orientata al processo e coach che lavora con l’agevolazione dei conflitti, la psicoterapia e la leadership. Insegna anche a livello internazionale in diversi contesti che vanno dalla ONG al settore della giustizia sociale e ambientale, al governo aziendale e locale.

Sei curios* di saperne di più sull'Arte del Processo e sulla Scuola? Visita il nostro sito: https://artedelprocesso.com/

Ti servono altre informazioni? Contattaci: artedelprocesso@gmail.com

martedì 22 novembre 2016

Provincia di Lecce - Riesame del rinnovo A.I.A. Colacem di Galatina


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Rinnovo A.I.A. Colacem di Galatina
Giovedì 24 Novembre 2016 - ore 10 - presso la Provincia di Lecce, Servizio Tutela e Valorizzazione Ambiente, in Via Botti n.1, si terrà la prima Conferenza dei Servizi per il riesame dell’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) rilasciata dalla Regione Puglia nel 2009 al cementificio Colacem di Galatina.
Per le Istituzioni, per le Associazioni ambientaliste, quelle agricole e che tutelano la salute dei cittadini per chiunque voglia difendere il territorio dal crescente inquinamento, è questo appuntamento un’occasione importante per verificare, su basi scientifiche, l’impatto ambientale di tale insediamento (la più grande industria operante in provincia di Lecce) e per porre un freno all’espansione incontrollata dell’impianto e di tutte le attività ad esso correlate tra cui le numerose cave ad essa collegate che ormai occupano un’area (54 ettari complessivi per la sola Colacem) dello stessa grandezza degli abitati di Galatina e Soleto.
E’doveroso ricordare che l’impianto della Colacem in funzione dal 1956 (dal 1990 con l’attuale gestione) ha prodotto nel 2015 oltre 700.000 tonnellate di cemento, ciò grazie ai continui ampliamenti di decine e decine di ettari alla volta delle cave di calcarenite “Mariantonia” di Galatina-Sogliano e di argilla “Don Paolo” di Cutrofiano, nonché di molte altre cave satelliti presenti in provincia di Lecce .
Questa produzione conferisce alla Puglia il triste primato della maggiore esportatrice peninsulare di cemento (dati Ministero dello Sviluppo economico 2015: 549.000 tonnellate esportate su una produzione regionale di 1.572.000 tonnellate di cementi e agglomerati), aggravando così una situazione, come quella della “colonizzazione” del territorio con la destinazione ad altri della produzione (esuberante rispetto ai nostri fabbisogni) mentre a noi restano inquinamento e danni ambientali, paesaggistici e sanitari!
Le scriventi Associazioni pertanto intendono porre una serie di questioni di estrema attualità (anche in relazione alle più recenti risultanze delle indagini epidemiologiche nell’area interessata dall’impianto) e su cui si appunta sempre più l’attenzione di un’opinione pubblica fortemente preoccupata dai seri risvolti ambientali e sanitari. Tra queste si evidenziano:

  • Il controllo del rispetto dei limiti di legge per i 49 punti di emissioni inquinanti dello stabilimento, di cui solo 1 (quello di cottura del clinker) è dotato di monitoraggio;
  • Le emissioni dell’enorme deposito di carbone a cielo aperto, 41.000 tonnellate su un’area di 1,4 ettari, e le conseguenze sanitarie della sua combustione;
  • Le incognite legate al perdurante impiego di rifiuti nella produzione di cemento, tra cui le ceneri della combustione di centrali quale quella di Cerano;
  • L’impatto cumulativo dell’impianto, che si somma alle altre sorgenti inquinanti che gravano sul nostro territorio (Centrali Enel, Ilva, altre cementerie, ecc.);
  • La situazione sanitaria ed epidemiologica aggiornata nel comprensorio.
Obiettivo delle Associazioni è quello di premere sull’Azienda e soprattutto sulle istituzioni perché sipongano dei limiti alla produzione ed alla stessa durata dell’impianto. Ogni investimento industriale su questa terra ha un inizio, una vita utile (necessaria per recuperare il capitale investito) ed una dismissione. L’impianto Colacem sembra sfuggire a queste regole, ponendosi attualmente come un impianto “a tempo indeterminato”, almeno finchè le istituzioni competenti (che spesso si sono mostrate subalterne agli interessi in gioco) lo consentiranno. Nelle more, sarà opportuno verificare la reale volontà dell’Azienda e delle istituzioni del territorio di avviare un percorso virtuoso in cui il riciclaggio di materiali di scarto provenienti dall’edilizia e da attività affini (previa rigorosa analisi della loro non pericolosità), la riduzione dell’enorme processo di consumo di suolo, nonché una sensibile riduzione delle emissioni, accompagnata da controlli più rigorosi e continui.
Italia Nostra                                    Forum Ambiente e Salute
Sezione Sud Salento                                          Lecce