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mercoledì 17 gennaio 2018

Giorgio De Santillana: "Il mulino di Amleto. Saggio sul mito e sulla struttura del tempo" - Recensione


Risultati immagini per Giorgio De Santillana  Saggio sul mito e sulla struttura del tempo

"Il mulino di Amleto" è uno di quei rari libri che mutano una volta per tutte il
nostro sguardo su qualcosa: in questo caso sul mito e sull’intera compagine di
ciò che si usa chiamare «il pensiero arcaico». Cresciuti nella convinzione che
la civiltà abbia progredito «dal mythos al logos», «dal mondo del pressappoco
all’universo della precisione», in breve dalle favole alla scienza, ci troviamo
qui di fronte a uno spostamento della prospettiva tanto più sconcertante in
quanto è condotto da uno dei più eminenti illustratori del «razionalismo
scientifico»: Giorgio de Santillana. Proprio lui, che aveva dedicato studi
memorabili a Galileo e alla storia della scienza greca e rinascimentale, si
trovò un giorno a riflettere su ciò che il mito veramente raccontava – e capì
di non aver capito, sino allora, un punto essenziale: che anche il mito è una
«scienza esatta», dietro la quale si stende l’ombra maestosa di Ananke,

la Necessità. Anche il mito opera misure, con precisione spietata: non sono però
le misure di uno Spazio indefinito e omogeneo, bensì quelle di un Tempo ciclico
e qualitativo, segnato da scansioni scritte nel cielo, fatali perché sono il
Fato stesso. È questo Tempo che muove il «mulino di Amleto», che gli fa
macinare, di èra in èra, prima «pace e abbondanza», poi «sale», infine «rocce e
sabbia», mentre sotto di esso ribolle e vortica l’immane Maelstrom.

Di questo «mulino di Amleto» gli autori seguono le tracce in un percorso
vertiginoso, da Shakespeare a Saxo Grammaticus, dall’Edda al Kalevala,
dall’Odissea all’epopea di Gilgameš, dal Rg-Veda al Kumulipo, vagando dalla
Mesopotamia all’Islanda, dalla Polinesia al Messico precolombiano. I disiecta
membra del pensiero mitico, che ama «mascherarsi dietro a particolari
apparentemente oggettivi e quotidiani, presi in prestito da circostanze
risapute», cominciano qui a parlarci un’altra lingua: là dove si racconta di
una tavola che si rovescia o di un albero che viene abbattuto o di un nodo che
viene reciso non cerchiamo più il luogo di quegli eventi su un atlante, ma alziamo gli occhi verso la fascia dell’eclittica, la vera terra dove si svolgono gli avvenimenti mitici,
il luogo dove si compiono i grandi peccati e le imprese eroiche, il luogo dove
si è compiuto il dissesto originario, fonte di tutte le storie, che fu appunto
lo stabilirsi dell’obliquità dell’eclittica. Da quell’evento consegue il
fenomeno delle stagioni, archetipo della differenza e del ritorno dell’uguale.
Così il «mulino di Amleto» si rivelerà alla fine essere la stessa «macchina
cosmica».

«I veri attori sulla scena dell’universo sono pochissimi, moltissime invece le
loro avventure»: Argonauti che solcano l’Oceano delle Storie, navighiamo qui
sulla rotta di quelle avventure, che vengono ricomposte usando frammenti della
più disparata provenienza, vocaboli dei molti «dialetti» di una lingua cifrata
e perduta, «che non si curava delle credenze e dei culti locali e si
concentrava invece su numeri, moti, misure, architetture generali e schemi,
sulla struttura dei numeri, sulla geometria». Ma il mito si lascia spiegare
soltanto in forma di mito: la
struttura del mondo può essere soltanto raccontata. È questo il sottinteso dalla
forma labirintica, di temeraria fuga musicale, che si dispiega nelle pagine del
Mulino di Amleto. Qui la Biblioteca di Babele torna finalmente a essere invasa
dai flutti del Maelstrom e, attraverso un velo equoreo, intravediamo la dimora
del Sovrano spodestato, Kronos- Saturno, che un tempo stabilì le misure del
mondo e del destino.

Frutto di un lungo lavoro in comune con Hertha von Dechend, Il mulino di Amleto
apparve negli Stati Uniti nel 1969 e da Adelphi nel 1983. Questa nuova edizione
ampliata tiene conto della revisione che Hertha von Dechend, dopo la morte di
Santillana (1974), condusse in funzione dell’edizione tedesca del 1993.
Negli anni in cui elaborava la sua opera capitale, Il mulino di Amleto, Giorgio
de Santillana pubblicò alcuni saggi che miravano a introdurci a quella nuova
visione, così sconcertante, di tutto il mondo arcaico. E innanzitutto si
soffermò sull’idea posta all’origine di ogni altra nella imponente concezione
del cosmo che ci appare già formata al nascere della scrittura: l’idea di fato.
Questa necessità scandita nel tempo, che tocca tutte le figure «sul “teatro del
mondo ammascherate”, come direbbe Campanella», ed è segnata dal moto degli
astri, si lascia riconoscere nei più svariati documenti: «nel paesaggio
coltivato, nelle immagini, nel mito, nella tradizione molte volte dispersa e
frammentata ma in cui si ravvisano, come i pezzi di un puzzle, ingegnose
costruzioni narrative che si erano venute diffondendo e che, ricomposte almeno
in parte, si rivelano essere il primo linguaggio scientifico». Ma la perfetta
«incastellatura di corrispondenze», per cui numeri e immagini si dispongono nei
punti nodali di un cosmo dove «tutto è come deve essere, se è», lascia
intravedere un dramma iniziale, «un grande conflitto dei primi tempi, in cui
venne dissestata la fabbrica dell’universo». Capire il mito o la scienza
arcaica, avvinti – come Santillana ci ha dimostrato – l’uno all’altra, è un
riscoprire le tracce sia di quell’ordine sia di quel dissesto. Dai Caldei a
Parmenide, a cui qui è dedicato un celebre saggio, è stato questo il fuoco
centrale del pensiero. Nei saggi qui raccolti torniamo a percepirne la luce.

"CINQUE volte nel corso di otto anni avviene che la stella Venere si levi al
momento che precede il levar del sole (momento solenne in molte civiltà). Ora,
i cinque punti così marcati sull' arco delle costellazioni, e congiunti secondo
l' ordine del loro succedersi, si rivelano formare un pentagramma perfetto (cioè
il disegno d' una stella a cinque punte). Questo sembra proprio un dono degli
dèi agli uomini, un modo di rivelarsi. Onde i Pitagorici dicevano: Afrodite si
è rivelata nel segno del Cinque. E il segno è diventato magico. Ma quale
intensità di attenzione e di memoria non ci volle per fermare in mente nelle
loro posizioni i cinque lampeggiamenti in otto anni del pianeta che appare per
poi perdersi subito nella luce del mattino - per ricostruire con l' intelletto
il diagramma che essi suggerivano". Da questa straordinaria precisione degli
antichi nell' osservare la volta del cielo, parte Giorgio de Santillana in un
libro piccolo di mole quanto denso e affascinante di contenuto: Fato antico e
fato moderno (Adelphi). Va detto subito cosa Santillana intende per "antichi" e
per "precisione". Gli "antichi" sono coloro che nel V millennio a.C. tra Caldea,
Egitto e India elaborarono "i lineamenti colossali di una vera astronomia
arcaica, quella che fissò il corso dei pianeti, che dette il nome alle
costellazioni dello zodiaco, che creò l' universo astronomico - e con esso il
cosmo - quale lo troviamo già pronto quando comincia la scrittura, verso il
4000 a.C.". Le testimonianze di questa sapienza nel calcolo del tempo astrale
sono nelle proporzioni degli zigguratt della Mesopotamia (la Torre di Babele
del calunniato Memrod era uno di questi complicati modelli dell' ordine del
cosmo), così come nella disposizione dei megaliti di Stonehenge. Quando
comincia la scrittura e con essa ciò che noi intendiamo per Storia, sembra che
quella identificazione della mente umana coi movimenti celesti cominci a venir
meno; Platone è ancora "l' ultimo degli arcaici e il primo dei moderni"; con
Aristotele la sapienza cosmica è già dissolta. Quanto alla precisione, è "una
passione di misura, che fa tutto centrato sul numero e sui tempi... In alto vi
saranno i numeri puri, poi le orbite del cielo, più giù le misure terrestri, i
dati geodetici, poi l' astromedicina, le scale e gli intervalli musicali, poi
le unità di misura, capacità e peso, poi la geometria, i quadrati magici...".

Giorgio de Santillana (1901 - 1974), romano, vissuto per trentacinque anni o più
negli Stati Uniti dove era professore al M.I.T., è stato uno storico della
scienza (Processo a Galileo è uno dei suoi libri più noti) che nella sua
indagine sulla storia del pensiero sopratutto matematico e astronomico ha dato
largo spazio al mito ("primo linguaggio scientifico") e all' immaginazione
letteraria. La sua monumentale opera Il mulino di Amleto, scritta in
collaborazione con una etnologa tedesca (allieva di Frobenius), Herta von
Dechend, ha per sottotitolo Saggio sul mito e sulla struttura del tempo ed è
paragonabile al Ramo d' oro di Frazer per la sterminata ricchezza di fonti
antropologiche e letterarie che intesse in una fitta rete attorno a un tema
comune. La chiave di tutti i miti, che per Frazer era il sacrificio rituale del
re e i culti della vegetazione, per
Santillana-Dechend sono le regolarità del tempo zodiacale e i suoi cambiamenti
irreversibili su lunghissima scala (precessione degli equinozi) dovuti all'
inclinazione dell' eclittica rispetto all' equatore. L' umanità porta con sè
una memoria remota degli spostamenti celesti, tanto che tutte le mitologie
conservano la traccia d' avvenimenti che si producono ogni 2.400 anni circa,
quali il cambiamento del segno zodiacale in cui si trova il sole all'
equinozio; non solo, ma quasi altrettanto antica è la previsione che l'
incessante lentissimo movimento del firmamento si saldi in un immenso ciclo o
Grande Anno (26.900 anni dei nostri). I crepuscoli degli dèi registrati o
previsti in varie mitologie si collegano a queste ricorrenze astronomiche;
saghe e poemi celebrano la fine dei tempi e l' inizio d' ere nuove, quando "i
figli degli dèi uccisi troveranno nell' erba i pezzi tutti d' oro del gioco di
scacchi che fu interrotto dalla catastrofe". Risalendo dalle fonti della
leggenda d' Amleto nelle cronache danesi e nelle mitologie nordiche, e
coinvolgendo poi africani Dogon, induismo, aztechi, autori greci e latini,
Santillana e Dechend rintracciano l' affiorare d' una prima problematica
filosofica: l' idea d' un cosmo ordinato le cui norme risultano sconvolte da
una catastrofe fisica e morale; e, in risposta a ciò, l' aspirazione al
ritrovamento d' un' armonia. l' idea che nessuna storia e nessun pensiero umani
possano darsi se non situandoli in rapporto a tutto ciò che esiste
indipendentemente dall' uomo; l' idea d' un sapere in cui il mondo della
scienza moderna e quello della sapienza antica si riunifichino. Il tema comune
dei quattro saggi di questo piccolo libro è il nesso tra Fato e libertà, cioè
il posto dell' uomo nell' universo così come lo concepivano gli antichi, o
meglio gli arcaici (e quegli arcaici conservatisi tali fino alle soglie del
nostro tempo, cioè i cosiddetti primitivi): il Fato che sovrasta tutti, uomini
e dèi (gli dèi sono identificati nei pianeti, che comandano ogni mutamento) e
la libertà che può essere raggiunta solo da chi comprenda e rispetti le leggi e
le misure del Grande Orologio. Il Fato era dunque ben diverso da quella potenza
imperscrutabile, oscuramente connessa con le nostre colpe, che è diventato dai
tempi della tragedia greca fino ai nostri: al contrario, l' idea di Fato
implicava la
conoscenza precisa della realtà fisica, e la coscienza del suo impero su di noi,
necessario e ineluttabile. I veri rappresentanti d' uno spirito scientifico
erano dunque loro, gli arcaici; non noi che crediamo di poterci servire delle
forze naturali a nostro piacimento, e dunque partecipiamo d' una mentalità più
vicina alla magia. Il coincidere col ritmo dell' universo era il segreto dell'
armonia, "musica" pitagorica che ancora in Platone regola l' astronomia come la
poesia e l' etica. Silenzio, musica e matematica: il programma pitagorico è
contenuto in questo trinomio; e sui Pitagorici - comprensibilmente prediletti
da Santillana - questo libro dà di scorcio definizioni illuminanti, così come
un' ampia e convincente interpretazione di Parmenide. Se talora egli sembra
esaltare un' età dell' oro prealfabetica e tingere in nero la cultura
tecnologica d' oggi asservita alla macchina, egli è pur sempre pronto a
dissolvere ogni illusione idillica sulle civiltà arcaiche, mostrando tutti gli
orrori e i traumi psichici che comportava il vivere a quei tempi; così come d'
ogni situazione nuova sa mettere in luce i valori, le possibilità che realizza
- insieme ai disvalori e alle perdite. ogni epoca ha le sue nevrosi collettive,
e non è detto che fossero tutte inevitabili.
"Lasciamo dunque le virtù del buon tempo antico. Un altro mondo".

Giorgio Diaz De Santillana (Roma, 30 maggio 1902 – Beverly, 1974) è stato uno
storico italiano, un fisico e filosofo della scienza, nonché docente al MIT.
Nacque a Roma in una famiglia di origini ebraiche. Si laureò in fisica
all'Università di Roma nel 1925. Trascorse due anni a Parigi e poi altri due
anni al dipartimento di fisica di Milano, poi fu richiamato a Roma da Federigo
Enriques per organizzare un corso di storia della scienza . Qui Santillana
insegnò storia e filosofia della scienza. Nel 1936, a causa dei crescenti
atteggiamenti anti-ebraici del regime fascista, si trasferì negli USA, dove
anni dopo ottenne la cittadinanza. Insegnò al MIT, dove nel 1942 divenne
professore assistente e nel 1948 professore associato. Nel 1954 ottenne la
cattedra di "Storia e filosofia della scienza".


Notizie inviate da Ferdinando Renzetti

martedì 16 gennaio 2018

Italia 2018 - All'armi, all'armi....

Italia in armi dal Baltico all’Africa 
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Che cosa avverrebbe se caccia russi Sukhoi Su 35, schierati nell’aeroporto di Zurigo a una decina di minuti di volo da Milano, pattugliassero il confine con l’Italia con la motivazione di proteggere la Svizzera dall’aggressione italiana? A Roma l’intero parlamento insorgerebbe, chiedendo immediate contromisure diplomatiche e militari.

Lo stesso parlamento, invece, sostanzialmente accetta e passa sotto silenzio la decisione Nato di schierare 8 caccia italiani Eurofighter Typhoon nella base di Amari in Estonia, a una decina di minuti di volo da San Pietroburgo, per pattugliare il confine con la Russia con la motivazione di proteggere i paesi baltici dalla «aggressione russa». La fake news con la quale la Nato sotto comando Usa giustifica la sempre più pericolosa escalation militare contro la Russia in Europa.

Per dislocare in Estonia gli 8 cacciabombardieri, con un personale di 250 uomini, si spendono (con denaro proveniente dalle casse pubbliche italiane) 12,5 milioni di euro da gennaio a settembre, cui si aggiungono le spese operative: un’ora di volo di un Eurofighter costa 40 mila euro, l’equivalente del salario lordo annuo di un lavoratore.

Questa è solo una delle 33 missioni militari internazionali in cui l’Italia è impegnata in 22 paesi. A quelle condotte da tempo nei Balcani, in Libano e Afghanistan, si aggiungono le nuove missioni che – sottolinea la Deliberazione del governo – «si concentrano in un'area geografica, l'Africa, ritenuta di prioritario interesse strategico in relazione alle esigenze di sicurezza e difesa nazionali».

In Libia, gettata nel caos dalla guerra Nato del 2011 con la partecipazione dell’Italia, l’Italia oggi 
«sostiene le autorità nell'azione di pacificazione e stabilizzazione del Paese e nel rafforzamento del controllo e contrasto dell'immigrazione illegale». L’operazione, con l’impiego di 400 uomini e 130 veicoli, comporta una spesa annua  di 50 milioni di euro, compresa una indennità media di missione di 5 mila euro mensili corrisposta (oltre la paga) a ciascun partecipante alla missione.

In Tunisia l’Italia partecipa alla Missione Nato di supporto alle «forze di sicurezza» governative, impegnate a reprimere le manifestazioni popolari contro il peggioramento delle condizioni di vita.

In Niger l’Italia inizia nel 2018 la missione di supporto alle «forze di sicurezza» governative, «nell’ambito di uno sforzo congiunto europeo e statunitense per la stabilizzazione dell’area», comprendente anche Mali, Burkina Faso, Benin, Mauritania, Ciad, Nigeria e Repubblica Centrafricana (dove l’Italia partecipa a una missione Ue di «supporto»).

È una delle aree più ricche di materie prime strategiche – petrolio, gas naturale, uranio, coltan, oro, diamanti, manganese, fosfati e altre – sfruttate da multinazionali statunitensi ed europee, il cui oligopolio è però ora messo a rischio dalla crescente presenza economica cinese. Da qui la «stabilizzazione» militare dell’area, cui partecipa l’Italia inviando in Niger 470 uomini e 130 mezzi terrestri, con una spesa annua di 50 milioni di euro.

A tali impegni si aggiunge quello che l’Italia ha assunto il 10 gennaio: il comando della componente terrestre della Nato Response Force, rapidamente proiettabile in qualsiasi parte del mondo. Nel 2018 è agli ordini del Comando multinazionale di Solbiate Olona (Varese), di cui l’Italia è «la nazione guida».

Ma 
– chiarisce il Ministero della difesa – tale comando è «alle dipendenze del Comandante Supremo delle Forze Alleate in Europa», sempre nominato dal presidente degli Stati uniti. L’Italia è quindi sì «nazione guida», ma sempre subordinata alla catena di comando del Pentagono.
 
Manlio Dinucci


(il manifesto, 16 gennaio 2018)   

domenica 14 gennaio 2018

"Atlante d'acqua" di Pietro Laureano - Recensione


Risultati immagini per pietro laureano atlante d'acqua

Racconto recensione di un libro e del lavoro di Pietro Laureano * uno dei maggiori
scienziati italiani contemporanei

Atlante d'acqua

Ciò che ora rimane, paragonato a cosa esisteva, e’ come lo scheletro di un uomo
morto di stenti. tutta la terra grassa e morbida e’ stata spazzata via,
lasciando lo scheletro nudo di un paesaggio desolato. ma a quel epoca il paese
era intatto e tra le sue montagne aveva alte colline coltivabili... e molte
foreste i cui residui sono visibili anche ai nostri giorni. Ora vi sono
montagne che non hanno nemmeno il cibo per nutrire delle api, ma che molto
tempo fa erano ricche di alberi, e le travi ottenute abbattendoli per fare i
tetti di grandi palazzi sono ancora intatte...inoltre tutto era arricchito
dalle piogge annuali di Zeus, che non andavano perdute come ora scorrendo dalla
nuda terra al mare; ma il terreno era profondo e all interno riceveva le acque
conservandole in un suolo grasso e accogliente...così ogni luogo era provvisto
di sorgenti e corsi d acqua. Platone (V sec. a.c.)

il ciclo della vita

Stonhenge (inghilterra) e’ il monumento megalitico preistorico tra i più noti e
studiati. nelle numerose interpretazioni del suo enigmatico significato
raramente viene dato il giusto rilievo al fatto che il complesso e’ circondato
da un fossato dall evidente uso idrico scavato prima della messa in opera dei
grandi massi. gli stessi circoli di pietre, realizzati progressivamente in
varie epoche, non dovevano apparire come si presentano adesso. erano
probabilmente le strutture di sostegno di una copertura circolare lignea con
impluvio centrale. e’ possibile che le grandi masse di pietre favorissero la
condensazione atmosferica e la conservazione dell umidita nel suolo. il senso
del monumento era quindi legato al ciclo dell acqua, alla funzione di quest
ultima di catalizzatore tra la sua condizione eterea nel cielo e la sua forma
fluida nel suolo.

l enigma dell acqua

narra la leggenda che Alessandro il Grande, conquistato l Egitto, si reco nei
sotterranei della piramide di Giza dove era stata ricavata la tomba di Ermete
Trismenegisto, il mitico fondatore della scienza degli antichi. qui rinvenne
una tavola di smeraldo su cui era inciso il segreto più importante dell
universo. l enigmatica scrittura iniziava con la dichiarazione che “cio che e’
in alto corrisponde a cio che e’ in basso” e poi svela l essenza dell origine
di tutte le cose descritta con queste misteriose parole:

suo padre e’ il sole, sua madre la luna, il vento la porta nel suo grembo, la
terra ne e’ la nutrice. essa genera le opere di meraviglia del mondo intero. il
potere di questa cosa e’ prefetto. dolcemente separa la terra dal fuoco il
sottile dal denso. ascende lentamente dalla terra ai cieli e ridiscende sulla
terra riunendo in se la forza delle cose superiori e inferiori.

inizia così il fantastico libro di pietro laureano ”atlante d acqua” e qual e’ l
intuizione che ha dato il via alla ricerca che l’ha portato a leggere queste
realtà in modo diverso, a scoprire le “miniere” d’acqua, le trame di
canalizzazioni, le piramidi rovesciate lo racconta lui stesso: quando lavoravo
al piano urbanistico di Bechar nel Sahara algerino, ogni fine settimana salivo
a guardare il paesaggio da una grande duna davanti all’oasi di Taghit.
L’abitato di terra cruda era stretto tra un grande cordone dunario che formava
le propaggini del Grande Erg Occidentale, l’immenso deserto di sabbia, e il
canyon di un fiume asciutto sahariano. Non vi era traccia di acqua, ma la
striscia di palme e di coltivazioni che occupava il fondo del canyon e lo
stesso abitato ne testimoniavano la presenza. Da dove arrivava l’acqua? Notavo
che vicino a me, sulla cima della duna salivano alla stessa ora anche degli
scarabei che si fermavano sulla cima inclinando in modo particolare la corazza
in direzione della brezza. Possibile che venissero anche loro a guardare il
paesaggio? Capii che gli scarabei condensavano sulla corazza il vapore d’acqua
per bere, e trovai la risposta alle mie domande.

Tutto è regolato dall’acqua. Invisibile ma in un ciclo perenne, l’acqua è sempre
intorno e dentro di noi. E’ il respiro del pianeta, di ogni organismo e anche
delle oasi. L’abitato attraverso tunnel sotterranei drena sotto le sabbie la
brina che si deposita la notte in superficie. I giardini delle oasi, scavati
nel suolo a forma d’imbuto, come piramidi rovesciate, raccolgono ogni più
piccola traccia di umidità. Questa risale nei tronchi come linfa e torna, in un
circuito di auto amplificazione, al cielo traspirando dalle fronde delle palme
che con la loro ombra proteggono le coltivazioni e la vita.

Conoscere il nostro legame con il “ventre della terra”, in Medio Oriente come a
Matera, in Africa come nello Yemen, è stato per decenni il lavoro di Pietro
Laureano, consulente Unesco per le zone aride. Studiare l’insieme dei fiumi
fossili del Sahara, e le conoscenze tradizionali, come le gallerie drenanti e i
collegamenti fra queste e le oasi, lo ha portato a una serie di conclusioni, le
cui conseguenze hanno ancora oggi molto da offrire alla ricerca.

Una fra queste è che le oasi non sono un fenomeno casuale, ma il risultato del
lavoro dell’uomo. Nei suoi libri, Laureano ne racconta la storia, ne delinea
una classificazione e ne descrive i sistemi di irrigazione. E spiega come gli
abitanti del Sahara hanno elaborato un sistema culturale che ruota intorno
all’invenzione dell’oasi. Che si realizza mettendo in atto un “circuito
virtuoso” in
cui dune, vento, acqua, piante, e rifiuti organici, formano un microclima, con
conseguenti “interazioni positive” tra fertilità, produzione di risorse e auto
sostenibilità.

Elemento decisivo, l’acqua, la cui “produzione” è frutto di tecniche
antichissime e tuttora funzionanti. Proprio così, l’acqua si può produrre. Nei
climi aridi lo si fa da millenni, attraverso sistemi di lunghe gallerie
drenanti che captano i flussi di umidità atmosferica e le precipitazioni
occulte, trasformandoli in acque libere. “Miniere d’acqua”, come le chiama
Laureano, queste “gallerie” esistono in tutto il mondo: foggara in Algeria,
qanat in Persia, madjirat in Andalusia, hoyas nel Messico precolombiano, fino
ai canali sotterranei per l’acqua costruiti a Taranto o nella Palermo di epoca
musulmana. Durevoli nel tempo dunque e diffuse nello spazio, canalizzazioni e
oasi continuano ancora oggi a prosperare. Gli equilibri ecologici su cui si
reggono cedono però quando le contemporanee tecniche costruttive si impongono
in modo pesante, devastandone le tracce e impoverendo le risorse.

Anche in questo caso, come abbiamo visto per Matera, il degrado ha inizio quando
una modernità incapace di leggere le specificità di una cultura, la obbliga alle
proprie scelte. Come di fronte a Matera, Laureano suggerisce di capovolgere i
nostri paradigmi e guardare alla realtà con occhi diversi. Invece di domandarci
se i popoli del Sahara riusciranno mai a sopravvivere in condizioni tanto
difficili, dobbiamo piuttosto chiederci “quanto tempo ancora le nostre aree
temperate potranno ospitare condizioni di vita possibile”. E già nel 1995
scriveva: “La civiltà fondata sulla concentrazione delle metropoli è ormai alle
soglie del suo superamento”. Da allora l’espansione urbana non ha smesso di
crescere. Ma se per esempio, proprio il Paese con il maggior numero di
megalopoli, la Cina, ha iniziato a riflettere sulla rivitalizzazione dei centri
rurali, forse la previsione di Laureano non era inverosimile.

Segno che il lavoro di ricerca sulle tecniche e le conoscenze tradizionali
promosso dall’Unesco e svolto da Laureano, sta iniziando a dare i suoi frutti.
Perché l’intera operazione non si limita all’inventario di questi saperi
antichi ma si
propone di riconcepirli in chiave moderna e con tecnologie avanzate. Di usarli
insomma come “serbatoio straordinario di innovazioni sostenibili”. E sulla scia
della biomimetica, Laureano propone un’ecomimetica, capace di attingere a questa
riserva di saperi, progettando il nuovo. Una sorta di ingegneria naturalistica
del futuro, consapevole dei rischi ambientali a cui si va incontro tagliando il
cordone ombelicale che ci lega alla terra.

Alla fine degli anni ’70, impegnato come urbanista nel Sahara algerino, imparavo
la cultura del deserto vivendo con i gruppi locali. Quando, stupiti di tanto
interesse per le loro abitudini, le strutture arcaiche di terra cruda, i
cunicoli sotterranei e i sistemi di raccolta di acqua, mi chiedevano da dove
venissi, io descrivevo la mia città di origine, Matera, con le sue grotte e
costumi arcaici. Così, in un gioco di ribaltamenti, i Tuareg diventavano loro
gli scopritori meravigliati del mio mondo e si creava un’empatia favorevole
allo scambio di conoscenze. Questo semplice modo di scherzare e conoscersi è
diventato un formidabile strumento di comprensione, l’abitudine a pensare che
molte nostre convinzioni sono frutto di preconcetti e le domande vanno
ribaltate. Ci chiediamo come faranno le oasi e i nomadi a persistere nel mondo
contemporaneo e invece occorre interrogarsi piuttosto su come la civiltà
occidentale potrà sopravvivere nello spreco attuale di risorse e distruzione
dell’ambiente. Nella storia, quando grandi imperi sono collassati, nuovi
modelli di civiltà si sono affermati grazie a luoghi e comunità marginali, dove
si sono perpetuate le conoscenze necessarie. Negli anni ‘90 sono tornato a
Matera e ho applicato questo stesso metodo per l’interpretazione e l’iscrizione
UNESCO della mia città.

Ribaltando il paradigma che vedeva Matera come la “vergogna nazionale”, l’ho
interpretata, attraverso lo studio dei sistemi d’acqua e l’abitare nelle
caverne dalla preistoria, luogo geniale esempio di sostenibilità per il futuro.
Questa nuova lettura ha innescato la valorizzazione della città, e negli ultimi
anni l’impegno di tutta la comunità ne ha permesso la vittoria a Capitale
Europea della Cultura nel 2019, sancendo l’esempio di Matera come una delle
migliori pratiche al mondo di successo e resilienza urbana.

I Tuareg immaginano il Sahara come un “gigante disteso”. Una visione molto
vicina all’idea di un deserto vivo. Che un giorno potrebbe volgere il suo
“sguardo bruciante” verso l’altra sponda del Mediterraneo. Siamo già arrivati a
questo giorno, considerando ciò che sta accadendo ora, con l’arrivo di masse di
profughi da zone di conflitti spesso provocati da catastrofi ambientali?

Il Sahara è attuale ed è già tra noi. Quello che dobbiamo temere non è il
deserto ma la desertificazione. Il deserto è una condizione instauratasi nel
corso di ere geologiche con cui l’ambiente e le culture hanno avuto il tempo di
interagire, sviluppando misure di adattamento e soluzioni straordinarie che
hanno creato diversità biologica e culturale. La desertificazione è una
condizione di degrado fisico e culturale. I cambiamenti climatici dovuti a
processi innescati dall’uomo e il saccheggio delle risorse naturali determinano
distruzione dei suoli e dell’ambiente, la cui rapidità impedisce gli adeguamenti
necessari. L’impatto con la modernità, la società consumistica, l’emigrazione,
determinano il collasso dei valori tradizionali, la scomparsa delle conoscenze
locali e della gestione ambientale. Da noi gli abbandoni delle montagne e delle
campagne, la cementificazione delle coste e dei fiumi, l’espansione urbana
incontrollata determinano desertificazione fisica. L’esodo dai paesi, la
perdita delle conoscenze tradizionali, la fine della solidarietà e della
cultura dell’accoglienza costituiscono desertificazione culturale e umana.
Proprio la lezione del deserto e gli stessi flussi di popolazioni possono
aiutarci a risolvere problemi come gli estremi climatici, il collasso degli
ecosistemi e le enormi sfide globali che dobbiamo fronteggiare.

la piramide rovesciata” è stato come uno spartiacque fra l’idea dell’oasi come
fenomeno naturale e la realtà dell’oasi, frutto dell’intervento umano
sull’ambiente. Le oasi sono frutto di un enorme livello di conoscenze e
tecniche talmente adattate e integrate con l’ambiente da farle apparire come
fenomeni naturali. Anche la teoria ambientalista accettava questa concezione
perché preferiva un’idea di luoghi naturali incontaminati avulsi
dall’intervento umano. Con la maggiore conoscenza e l’emergere di una nuova
sensibilità scientifica le cose sono cambiate. Sulla base del rovesciamento di
paradigma dell’oasi, oggi anche la genesi di luoghi considerati il modello
principe della natura selvaggia, come le foreste pluviali amazzoniche, sono
correttamente reinterpretati come paesaggi creati grazie all’interazione con i
gruppi umani.


Ferdinando Renzetti


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* Pietro Laureano (Tricarico, 16 febbraio 1951) architetto e urbanista, consulente
UNESCO esperto per le zone aride, la gestione dell' acqua, la civiltà islamica e
gli ecosistemi in pericolo, con vari interventi in Libia Algeria ed Eritrea. Con
i suoi studi sulle oasi del deserto algerino, condotti durante gli otto anni in
cui ha vissuto nel Sahara , ha dimostrato come le oasi siano frutto
dell'ingegno umano, patrimonio di tecniche e conoscenze per combattere
l'aridità e modello di gestione sostenibile per il pianeta. Ha insegnato nelle
facoltà di architettura delle università di Algeri di Firenze e di Bari. È
autore del progetto UNESCO per la
campagna di salvaguardia di Shibam e del progetto di restauro dell'oasi di
Ighzer in Algeria. È autore dei rapporti che hanno portato all'iscrizione nella
lista del patrimonio dell umanita UNESCO dei Sassi di Matera, dove ha vissuto
per dieci anni abitando in locali da lui restaurati con metodi tradizionali, e
del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano.È inoltre il fondatore di
"IPOGEA", organizzazione no profit con sede a Matera e a Firenze che realizza
progetti di salvaguardia del paesaggio con pratiche antiche come l'uso dei
terrazzamenti di pietra a secco e le cisterne di captazione d'acqua. Fa parte
del gruppo di esperti UNESCO che sta lavorando alla stesura della nuova
Convenzione sul paesaggio. È membro del consiglio direttivo del Comitato
italiano dell' ICOMOS; inoltre come rappresentante italiano nel Comitato
tecnico-scientifico della Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta contro
la desertificazione (UNCCD), ha promosso la realizzazione di una Banca mondiale
sulle conoscenze tradizionali e il loro uso innovativo.

...medito lavoro incontro suono...


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...la sera rovescio tutto quel che raccolgo durante il giorno nel mio cesto 
lettere parole frasi dialoghi paradossi e metafore in un groviglio chiassoso e ridente
poi rileggo tutto prima di addormentarmi
la pura essenza della forma senza sfumature solo infinito subconscio
ho avuto un'idea
ad occhi aperti
i pensieri volano liberi
si respira bellezza!
la luce ci sta invitando
a ricominciare a saziarci di sole piccola goccia di paradiso

come sono come suono come risuono vedo guardo sento suono sono

dopo di che fai asciugare i semi e conservali in un luogo asciutto
se ci sono dodici mele quante sono quelle rosse?
adesso,
anzi...
un secondo fa, pezzo di cielo abbastanza grande sopra le nuvole
la terra trema
il pianeta balla io sono fermo
ad aspettare tempo fa
nello spazio vuoto ottagonale
dei muri di pietra
una emme vede una enne e dice...
non lo so che dice una emme a una enne! m emme n enne emme enne come unonda
danzageometriaritmomisura questo dice una emme a una enne
nel silenzio lascio risuonare le tue parole scritte, pagine di mondi riflessi e
condivisi vertigini sensoriali in un anima vigile
il principio universale si veste di matrice natura che ci
accogli-conforti-nutri- riverbero dalle molteplici lingue
germogliofogliafiorefrutta e animali tutti
per attutire questo dolore incarnato di frammento
solo l inchiostro
cavalca il mio spirito
mi muovo lento e a fatica
nel bosco di linguaggio con il falcetto raccolgo lettere e parole che
ammucchio sui fogli bianchi di quaderno
in lontananza intravedo cespugli e frasi di
un bel discorso d'amor
tu sei...
come il sole come la luna
tu sei...
ora non posso
tu sei...un mondo di effluvi impalpabile tu sei...un profumo della memoria
tu sei...la luce chiara del mattino
tu sei...odore lontano portato dal vento tu sei...la striscia chiara all'orizzonte
tu sei...
lascio decantare gli scritti come il buon vino
leggo e poi ci rifletto
cosi lascio correre
penso alla mia fragilita
siamo tutti fragili a volte
ci sentiamo ancora più fragili
e cosi nascono le nostre fantasie e meno male che ci sono
come i semi
nei loro sacchetti di carta piccole bombe vitali
cosi noi
noi come loro loro come noi
medito lavoro incontro suono


Ferdinando Renzetti


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